La scuola tra le righe – Giovani giornalisti a Convegno

Pubblicato: 29 gennaio 2014 in Articoli

16° CONVEGNO INTERREGIONALE DELLA STAMPA STUDENTESCA

–     La scuola tra le righe     –

Alessandria, 20 febbraio 2009

Prima

12 occhi incuriositi, avidi di scoprire, consapevoli di esserci, desiderosi di comunicare.  6 mani pronte a scrivere, prendere appunti, mettersi in gioco. 6 cervelli accesi, nonostante il gelo invernale provi ad intorpidire la mente. 2 occhi ad osservare … e a raccontare.

L’ora è di quelle da secondo turno Fiat, il luogo una grigia Porta Nuova rimessa a nuovo che ci accoglie in una freddissima mattina di febbraio. 6.35, il treno si incammina lento verso la pianura astigiana, destinazione finale Alessandria. La nebbia avvolge gli sguardi fuori dal finestrino, le palpebre nascondono l’emozione, I-pod e quotidiani fanno finta di tenere compagnia; la levataccia si fa ancora sentire, la caffeina non è ancora entrata del tutto in circolo; forse servirà un altro macchiato caldo, una volta arrivati. Posti a sedere vicini, la scuola si allontana alle nostre spalle; o forse si avvicina ancora di più.

E’ il primo viaggio di lavoro della Redazione. Già, la Redazione. Solo tre mesi fa era tutto un progetto sulla carta, non potevamo di certo immaginare di trovarci, dopo 60 giorni dall’inaugurazione ufficiale, su un treno infreddolito che attraversa la brina mattutina, addirittura partecipanti ad un Convegno sulla Stampa studentesca. E’ il 16°. Nei quindici anni precedenti non c’eravamo, come non c’eravamo fino al 19 dicembre … fino ad oggi. Ormai siamo una realtà, nuova di sicuro, ma destinata a crescere; indietro non si può e non si deve tornare. Tappe bruciate? No, solo l’ennesima dimostrazione che volontà ed entusiasmo permettono davvero di creare, di inventare, di “vivere”.

12 occhi (più 2) puntati sullo schermo dell’Aula Magna dell’Itis Volta di Alessandria sono i testimoni (verrebbe quasi da dire oculari) della nostra “presentazione in società”. Sì, perché da oggi, finalmente, usciamo dalle mura della nostra scuola e ci mettiamo in gioco definitivamente con l’esterno. L’UmberTimes spicca il suo volo. La nostra infanzia è durata poco, in fondo. Adesso ci aspetta un’adolescenza che promette una crescita altrettanto veloce. Occorre diventare adulti in fretta, bisogna assolutamente non averne timore…

12 occhi (più 2) in un coro a 6 voci si preparano ad incominciare l’avventura. Gli strumenti sono quelli più economici ma più preziosi: pensiero, idee, parole. Sono arrivati quasi tutti, dalla Lombardia, dal Piemonte, dall’Emilia-Romagna, dalla Toscana; ci sono le autorità, i prof, e soprattutto loro … oltre 350 studenti, 63 le scuole rappresentate, dai cuori delle redazioni studentesche. Che si cominci dunque, che si spalanchino le porte del confronto, che le parole ritrovino la forza di cambiarci e di farci crescere … ancora.

Saluti di rito delle autorità. Assessore alle Politiche Giovanili della Provincia di Alessandria; Assessore alla Pubblica Istruzione della Provincia di Alessandria; Dirigente Scolastico ospitante dell’ITIS Volta di Alessandria; Studiosa esperta delle Politiche Scolastiche; Coordinatore Interregionale della Stampa Studentesca. Insomma la legittimazione dell’incontro è assicurata.

Durante

3, 5, 6, 7, 9, 11, 14. Commissioni al lavoro. Grandi temi, domande importanti, risposte lontane ma su strade che si intravedono. Tutti insieme, mescolati per interessi, studenti e insegnanti che si confrontano per un’ora e mezza. Non ci sono ruoli, o meglio rimangono in sottofondo. Ci sono persone che a scuola ci vivono e che sentono di aver qualcosa da dire ma anche da ascoltare. Di nuovo parole dunque, che non devono però rimanere chiuse nel loro essere prima di tutto astratte. Farsi concrete insomma, trasformarsi in azione. Commissioni al lavoro. Idee e parole al centro del tavolo; tutto intorno interesse, vero interesse. Scuola italiana, scuola di asini? Lassismo a scuola: rigore necessario? “Teste ben fatte” a scuola o dalla scuola? Pausa. Intervento dell’esperta, chiamata in causa dalle “teste ben fatte”. Cosa vogliamo dalla scuola e, soprattutto, cos’è la scuola? Cosa meglio di una bella definizione: “la scuola è il luogo in cui il presente è elaborato nell’intreccio fra passato e futuro, tra memoria e progetto”. Parole-chiave che racchiudono un mondo; di nuovo parole, importanti, forse troppo anche, fin troppo difficili nel loro profondo ma decisamente vere. Applauso che interrompe. Che sia stato detto qualcosa di particolarmente accattivante? No. E’ arrivato l’ospite d’onore, onorevole ex-ministro dell’istruzione; silenzioso si siede; riprende il racconto. Le relazioni a scuola, perché così importanti? Onorevolmente l’ascolto procede, ma il microfono fa un po’ di capricci. Tutto risolto in breve, più qualche applauso di incoraggiamento (al microfono?). L’educazione alla comprensione tra gli uomini: quali soluzioni alla presenza di sempre più stranieri nelle scuole? Argomento delicato, di strettissima attualità, nonostante qualche strafalcione storico-lessicale (ma l’emozione si può perdonare). Commissione numerosissima questa, pertanto divisa in due. Spazio veloce quindi al secondo gruppo. Tutto sommato risultati equivalenti, si può procedere. Comunicazione a scuola: prevale l’individualismo o l’idea di “comunicare”? Studiare aiuta il nostro futuro? Qui si va sul pesante, entra in gioco una questione vitale. La scuola aiuta nella scoperta dei significati? Filosofia allo stato puro (o brado?) e tanta amarezza di fondo. Incertezza e dogmatismo, certezze e assenza di risposte: esperienze a confronto su una domanda di fondo; quale riforma della scuola e di chi ci vive o lavora? Scuola, Europa e Mondo: quali le prospettive aperte nella scuola di oggi? Ed eccoci alla questione da un milione di dollari: insegnanti, come li vediamo e come li vorremmo. Rischiosissimo! Sarà, ma il quadro che si profila non è del tutto roseo (strano, no?). Si torna ad argomenti che scottano ormai da tempo: scuola, formazione e informazione, quale il ruolo del giornale scolastico? La scuola è adeguata a fare informazione? Aspettative di allievi e genitori sempre più pressanti, attività extra quasi necessarie, insomma un bel problema, pare. Rush finale. Il giornale scolastico migliora la qualità della scuola? Domanda dalla fin troppo facile risposta, in apparenza. In agguato il tema di fondo: può esistere una vera libertà di stampa? Non si tratta in fondo di ricordarsi di una vecchia e mai sopita “questione morale”? Dulcis in fundo … l’obbligo scolastico. A scuola solo perché obbligati? Tutta la verità, nient’altro che la verità: cosa ne pensiamo della scuola!

Ore 15.42. E’ giunta l’ora. La parola al Professore (al secolo Luigi Berlinguer, ex ministro della Pubblica Istruzione, quello del “giudizio ai prof”, tanto per intenderci). In piedi, di fronte ad una sala che riprende il silenzio interrotto da un brusio di sottofondo quasi costante fino a questo punto. Forse non tutti i giovani astanti e aitanti ricordano chi hanno di fronte. Moratti e Gelmini, nomi più vicini alla loro memoria. Le parole cominciano a fluire, professionalmente … insomma da vero prof. L’invito è a riflettere sui cambiamenti profondi della “società della conoscenza”, quelli per cui ringraziare la beneamata globalizzazione. Invasione di studenti nelle scuole, scuola di pochi diventata di tutti (sul serio, professore?). Una scuola in cui non si può certo imporre tutto ciò che l’uomo conosce; gli ultimi 40 anni in fondo hanno visto scoperte che numericamente e qualitativamente hanno superato tutte quelle di millenni di storia precedente. Lo studente non va pertanto portato in pescheria! Occorre dare una lenza per pescare, non il pesce pescato! Basta con i luoghi comuni, basta con “tutti bulli, tutti demotivati, tutti annoiati”! La gerarchia dei saperi è cambiata (gerarchia … che brutta parola, professore). Si vive senza dittonghi, in fondo! Cosa sapere, dunque, prima di tutto? Il congiuntivo o la sintesi di esperienza diretta? La teoria diventa una purga, manca un vero viaggio nell’esperienza! Affermazioni forti, prof (ci crede davvero?). Si continua, la strada è spianata, l’attenzione cresce (captatio benevolentiae riuscita).

La velocità di passaggi tra immagine e pensiero e tra pensiero e immagine non è alla portata dei “calli dei cervelli vecchi”, non ci si riesce a star dietro, pare. Chissà mia nonna cosa ne penserebbe, lei che senza mail, MTV, Msn, Facebook, Cip e Ciop e compagnia, continua a vivere … e pare anche meglio di chi è salito sul TGV della conoscenza! Chissà mio figlio cosa ne penserebbe, lui che senza mail, MTV, Msn, Facebook (ma ancora con Cip e Ciop e compagnia), comincia a vivere … e pare non del tutto meglio di chi il TGV della conoscenza l’ha perso in partenza! Caro professore, su una cosa ha ragione: il desiderio di comunicare trasversalmente, in orizzontale, è sempre più vivo (soprattutto a scuola), ma la scuola comunica ancora unidirezionalmente, dall’alto verso il basso, come selle scuole-cattedrali del Medioevo, insomma. Che sia giunto il momento di una nuova rivoluzione culturale (lasciando riposare Mao ovviamente)? Magari, professore, ma non a tutta birra. Per pensare il tempo è e sarà sempre necessario! Immagini e pensiero dall’intreccio veloce, sicuramente. Ma il tempo, per relativo che possa essere, non possiamo eliminarlo, ne abbiamo bisogno, e non solo per pensare (anche per crescere, forse?). E se al posto dell’alta velocità, provassimo anche solo per una volta un locale e ci fermassimo in tutte le stazioni per scoprire i segreti del particolare?  Scusi, professore … la seguo di nuovo. Il ruolo centrale della Rete, di Internet, la possibilità di dialogare opposta alla frammentazione del sapere scolastico (una segmentazione anche fisica legata ancora a banchi, cattedre, confini insormontabili). Via tutto, professore? Imparare in modo interattivo, un obiettivo nuovo per la Scuola dunque, l’interattività. Per imparare a ragionare, per cercare di risolvere i problemi: c’è bisogno non di storia della filosofia, ma di filosofia! In fondo anche Todorov lo dice da anni, la letteratura è in pericolo: non insegniamo il pensiero di altri, riappropriamoci dei testi in modo diretto, la critica può aspettare. Un dubbio però rimane: non è forse il pensiero dell’uomo il frutto di mille altri pensieri rielaborati dall’io? Sembra una selva davvero intricata!

E allora professore, quale ricetta? La Scuola, ovvio, deve dare risposte; è necessario costruire una comunità educante. Strano che in italiano ci sia differenza tra istruzione ed educazione, mentre per gli inglesi il tutto si risolve nella parola “education”. Educare dunque attraverso il sapere, ecco l’elisir. L’errore della Scuola, sempre presente dalle origini, è che si pretende solo lo studio, meno la socializzazione. La Scuola quindi non insegna a stare insieme, prof sta più per professionista della propria disciplina, che per professore capace di interagire con i colleghi, lontani ancora dal lavoro d’équipe. La Scuola insomma è vecchia, nulla è cambiato nei secoli, e pare pure che i suoni secoli di storia non le abbiano neanche fatto accumulare saggezza! Basta trasmettere sapere, bisogna sollecitare il sapere. Abbandonare la strada vecchia per un nuovo obiettivo, più che il futuro, il presente. E allora via: musica a scuola, arte, creatività, quella vera. Questo manca: la parte della base culturale di ogni essere umano. Scienze che sono sperimentali, insegnate solo sui libri (fisica, chimica, biologia lontano dai laboratori). In fondo non considerati cultura? Due pertanto i nuovi pilastri della nuova Scuola Italiana … da tirare ancora su, ovviamente. Creatività (arte e musica) e Curiosità (sperimentazione vera), i due grimaldelli per cambiare la scuola davvero! E poi, professore? Scegliere il percorso finale, il proprio curriculum (ma per questa parola non serve un po’ di latino?), lo studente al centro del sistema … e qui si raggiunge il momento di massima tensione (spannung?): liberare la vocazione intellettuale del singolo, lasciarlo libero di scegliere il proprio curriculum (di che morte morire?), ma con precisi paletti, ben saldi e ancorati al terreno; determinate non si devono per forza sapere (il tempo si può trovare, poi?) e altre non si devono fare. Severità necessaria, obbligatoria; ma non restaurazione del passato. Intransigente rispetto delle regole, un problema di condivisione culturale. Cambiare i curriculum (a ridaje con ‘sto latino!), necessità di nuovi saperi, necessità di maggiore democrazia! Vivere fra eguali = democrazia; scuola = disuguaglianza strutturale; conclusione = scuola anti-democratica. Cambiare allora le forme di partecipazione (ovazione dalla platea … scontata). Come? Scegliere i curriculum personali (e ci risiamo!); visibilità dei criteri di valutazione; informazione dello studente come diritto; trasparenza del perché del risultato (sì, va bene professore, ma il registro è pur sempre nelle mani di pochi!). Non manca nulla? Certo. Il primo vero e unico strumento democratico nelle mani degli studenti … il giornale della scuola! Più efficace di qualsiasi Consiglio d’Istituto.

Applausone finale, che tende a non essere smorzato. Rantrée … e sorsata d’acqua rigenerante. Obiettivo raggiunto. L’esercito è pronto al rientro nelle retrovie … distanti, ma pur sempre un punto di partenza ben chiaro. Il Prof si dedica poi al rituale post-conferenza: interviste, foto, sorrisi, parole, ancora parole. E i reporter … sono i ragazzi, attenti. Registrano, scrivono, domandano … insomma giornalismo puro.

Un ultimo momento istituzionale. La lettura del documento finale delle Commissioni di lavoro. Da approvare e spedire al Ministro, quello attuale s’intende. E una richiesta ufficiale, importante: il prossimo anno la disponibilità di organizzare nella capitale il 1° Convegno Nazionale della Stampa Studentesca.

Cara Gelmini, ti scriviamo dunque … questa vuole essere, tra le righe, la nostra Scuola.

Arrivederci (a Roma?) nella primavera del 2010!

Dopo

Ultimo atto. Saluti, baci e abbracci. Si torna a Torino, stanchi ma carichi come muli di pagine scritte dagli altri, di pensieri nuovi, di voglia di continuare, migliorare, confrontarsi sempre di più, insomma crescere ancora. Il treno parte di lì a un’ora. Ignari del ritardo che ci aspetta in stazione seguiamo il deflusso dall’Aula Magna e ci imbarchiamo su un bus-navetta che, con un giro dell’oca, ci sbarca di fronte ai binari alessandrini. C’è tempo, ce ne sarà molto (ma la sorpresa deve ancora arrivare). Passeggiata nel parco fronte stazione, “dispersi” sull’erba, sul monumento ai caduti, ognuno a riordinare le idee. Qualche foto di sfuggita con cellulari di fortuna (la macchina fotografica è rimasta a dormire a Torino). Espressioni non del tutto coerenti con la giornata, ma va bene così. Va bene tutto. Anche l’annuncio di 45 minuti di ritardo; in fondo ci permette di assaporare il tipico Big Mac alessandrino annaffiato da rigagnoli di Coca-Cola. In treno ultima sorpresa: i posti prenotati sono sull’unico vagone privo di luce, è saltato l’impianto! Lumini di cortesia mal funzionanti permettono ai pochi ancora svegli di immergersi nella lettura di tanti giornali scolastici raccolti durante la mattinata. Commenti, confronti, idee, suggerimenti … è più forte di noi. Si arriverà a Porta Nuova alle 19.30, si metteranno le gambe sotto il tavolo non prima che siano passati altri 60 minuti. 14 ore esatte dopo la partenza del mattino, 14, come gli occhi che vanno a riposare pronti a riaprirsi sul mondo di domani.

Oggi …

CP

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