Quando l’aggiornamento potrebbe (anche) rivelarsi utile

Pubblicato: 29 gennaio 2014 in Articoli

Una trentina di libri pubblicati, docente universitario di linguaggio giornalistico scientifico, caporedattore de La Stampa e fondatore di Tuttoscienze, ma soprattutto divulgatore scientifico (uno dei principali consulenti di Piero Angela). Quando si incontra qualcuno con tale curriculum (per tutto il resto è illuminante una veloce ricerca su Internet), una certa referenza del tutto naturale viene quasi spontanea. Aula Magna del Convitto nazionale Umberto I, settimana dell’aggiornamento, relatore il prof. Bianucci. Ci ha incontrato per un paio d’ore: tutti i prof a lezione, a parlare o meglio ascoltare sagge e competenti parole sul tema creatività scientifica.

E via con Einstein: “il creativo è colui che nasconde bene le proprie fonti”. Non esiste dunque, a quanto pare, il creativo che “crea da zero”, esiste invece il creativo che aggiunge il suo personale granellino ad una montagna già innalzata da altri. In un paese di santi, poeti e navigatori come il nostro, pertanto, ci si aspetterebbe subito una celebrazione del genio italico; eppure, numeri alla mano, l’Italia è solo al 18 posto tra i paesi che esportano più hi-tech (tanto per intendersi l’Italia deposita ben pochi brevetti rispetto agli altri paesi europei). Certo la civiltà di un paese non si misura esclusivamente dalla tecnologia esportata (anche se di questi tempi è sicuramente la voce più autorevole), ma colpisce trovare il nostro nome così indietro nella classifica. Verrebbe quasi da pensare, viste le statistiche, di vivere un paese lontano da quelli “avanzati”! Che sia in fondo vero? Non scoraggiamoci troppo, esiste altresì una geografia “regionale” molto differenziata che, facendo una media, pur non raggiungendo la sufficienza, “localmente” si difende bene. In ogni caso nulla a che vedere con USA, Gran Bretagna o Francia. Gli italiani evidentemente hanno perso il loro smalto creativo. E le analisi delle indagini europee a riguardo non aiutano a tratteggiare un quadro meno allarmante. Negli ultimi test PISA gli studenti italiani (e di conseguenza i cari prof che li formano) hanno risultati piuttosto scadenti. Forse però un motivo c’è. Sono abituati a studiare in modo diverso rispetto ai colleghi europei: i test richiedono soprattutto capacità di “adattamento” che coinvolgono anche la sfera creativa degli interessati; insomma gli italiani non sono abituati a studiare attraverso l’uso della creatività. La capacità di navigare in mezzo ai contesti sfugge ai nostri studenti; sarà mica che sfugge anche leggermente agli stessi professori?. Manca, ed è un dato di fatto, la cosiddetta creatività scientifica; e la scuola ne è uno specchio disarmante. In compenso la creatività, diciamo così “artistica”, non manca certo in altri ambiti: basti pensare alla moda o alla cucina (almeno in questo prima di essere spodestati dovremmo cancellarci dalla faccia della Terra). Peccato, però, che oggi quella che conta davvero sia proprio la creatività scientifica. Dobbiamo quindi cambiare rotta, a partire evidentemente dalla scuola.

Che sia un ottimo affabulatore il prof. Bianucci lo ha dimostrato fin da subito. La storiella del barometro è stata illuminante. Contesto: università americana, facoltà di fisica a numero chiuso con molti candidati in lizza per un posto. Esame d’ammissione. Prova: avendo a disposizione un barometro come si misura l’altezza di una torre? Soluzione immediata e intuitiva per un prof. di Fisica (sufficiente conoscere le due pressioni atmosferiche alla base e sulla cima della torre e un semplice calcolo matematico), ma un candidato comincia a proporre almeno una decina di soluzioni alternative del problema. Nessuna però che rientri nella risposta voluta dalla commissione. Il candidato, cioè, risolve il problema attraverso soluzioni, appunto, creative … Il muro pare troppo alto da scalare: da un lato l’ufficialità del teorema dall’altro la capacità di raggiungere la soluzione senza ricorrere alla soluzione più scontata. Per il finale della storiella si può dare un’occhiata al saggio di A. Frova “La fisica sotto il naso”. L’aneddoto serve dunque a metterci con le spalle al muro, o perlomeno a farci riflettere anche solo per un momento sul nostro lavoro. Troppo abituati ad una didattica comunque costruita sulle nozioni (per quante innovazioni si provino a portare in aula). Troppo abituati a rispettare, talvolta spasmodicamente, dei programmi che, in fondo, ci vengono calati dall’alto (anche se formalmente siamo autonomi nel scegliere cosa far studiare alle nostre classi). Troppo abituati a nasconderci (o meglio a farci nascondere) dietro lo spauracchio dell’esame di stato conclusivo. Troppo assuefatti, forse, a far sopravvivere quel modello di scuola che abbiamo ricevuto da studenti (anche se difficilmente lo ammettiamo di fronte a qualcuno). In fondo Bianucci ci ha detto una cosa sì scientifica, ma in fondo del tutto umanistica: nei ragazzi dobbiamo coltivare il pensiero laterale, quel pensiero cioè divergente che li porta a deviare dal “maestro” per scoprire soluzioni alternative rispetto a quelle che ci aspettiamo. Coltivare, in una parola, la loro creatività; coltivare, appunto, il pensiero! Il professore ci lascia dunque un monito: esiste sempre una soluzione divergente da quella attesa, l’atto creativo non è altro che un momento di divergenza.

Una seconda storiella (ma non eravamo di fronte ad un aggiornamento scientifico?), quella di Archimede e la corona del tiranno Ierone, è pronta per passare alla fase successiva. La corona donata al tiranno era davvero d’oro massiccio? La soluzione della misurazione dei volumi attraverso un contenitore pieno d’acqua, in fondo, arriva da un “tuffo” ristoratore di Archimede nella propria vasca da bagno!

Ci sono dunque diverse fasi nel processo creativo: porre il problema, studiarlo, rimuoverlo se la soluzione non arriva immediatamente (divergere appunto), e aspettare (quanto? su questo forse l’ottimismo è troppo) che scatti il meccanismo dell’analogia in un momento “diverso” da quello in cui il problema è stato affrontato in prima battuta. Che i maggiori creativi abbiano raggiunto i risultati migliori in cucina, a letto e in bagno … la dice lunga. Quindi cogliere il problema, definirlo, accantonarlo, divergere con il pensiero (cambiare il punto di vista), lasciarsi andare ad esperienze casuali, per trovare una soluzione possibile (non per forza quella giusta), per raggiungere il piacere della soluzione. Certo in tutto questo Bianucci mette un paletto molto chiaro: non va giustificato lo sbaglio! Si può giustificare l’errore, non lo sbaglio! Ora, se per errore intendiamo l’”errare” latino, il girare intorno alla soluzione senza coglierla in via definitiva, tutto questo un senso ce l’ha; altrimenti si fa davvero fatica a comprendere quale differenza possa esserci tra un errore ed uno sbaglio. E spiegare ad un allievo che il suo ultimo 2 nasce da diversi sbagli e che il 6 del compagno di banco (con un compito apparentemente simile) è frutto invece di alcuni errori … diventa sì un atto creativo, perlomeno in ambito lessicale.

Lo sappiamo tutti (davvero?) che i ragazzi godono quando trovano la soluzione di un problema (e non per forza in ambito scientifico); il momento del piacere che si prova nel “risolvere”, nello “sconfiggere” il problema che si ha di fronte, è unico, irripetibile ma non sempre (purtroppo) valorizzato. Siamo troppo abituati, forse, ad autocompiacerci del risultato raggiunto come frutto del nostro lavoro, senza pensare che in classe, in fondo, si fa un lavoro di squadra; dimenticandoci un po’ troppo sovente di dare il giusto spazio proprio al risultato e non al processo che ha permesso di raggiungerlo.

Cambiare il punto di vista, dunque. Sembra questo, in sintesi, il messaggio di Bianucci. Insistere sulla strada della conoscenza attraverso un percorso tipicamente sperimentale del “provare, sbagliare, riprovare, risolvere”. Prova ed errore (Galileo è sempre attuale), vincoli che rappresentino uno stimolo per la creatività. Un sonetto rappresenta una “camicia di forza” per il poeta, eppure la bellissima poesia nasce proprio grazie ai vincoli che non devono essere contrastati ma assunti nella propria scrittura (e lasciate credere ancora un po’ – almeno a noi prof d’italiano – che la scrittura rappresenti uno dei più geniali atti creativi). Senza dimenticare che esiste la creatività “per illuminazione” (di pochi, ovviamente), quella di un Archimede o di un Einstein tanto per intendersi (e che non è a questa che dobbiamo puntare); Bianucci ci lascia con una speranza: tutti siamo più dotati di creatività per “prove ed errori”, solo qualcuno “s’illumina”, ma tutti possiamo percorrere la strada del metodo sperimentale scientifico. In fondo tutti siamo stati bambini e, nonostante la creatività infantile (quella davvero creativa) decresca con l’età, tutti siamo passati attraverso il momento creativo per eccellenza, cioè la fanciullezza. Si tratterebbe in fondo di recuperare un po’ della nostra memoria per riuscire ad essere, ogni tanto, più piccoli e più pronti a “divergere” dalla nostra strada di cemento armato.

Un’ultima domanda, prima dei saluti finali: “Ma lei professore quali strumenti può indicarci, a livello pratico, per applicare quello che abbiamo sentito in una scuola ancorata al voto, imbalsamata sull’esame finale e cementata su un ipernozionismo duro a morire?” Un attimo di tentennamento, qualche parola vaga di risposta, un invito a trovare insieme le soluzioni … in fondo la bacchetta magica non ce l’ha nessuno. E poi Bianucci non può mica darci così, su un piatto d’argento, tutte le soluzioni; altrimenti come faremmo ad essere noi i creativi del futuro?

CP

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