Una sfida proverbiale

Pubblicato: 29 gennaio 2014 in Racconti

“Quando si trovò per la prima volta di fronte a un piatto di spaghetti, pensò di avere davanti una versione sofisticata dello shanghai”. Era un uomo molto riflessivo e prudente, non disse nulla per non destare sospetti fra i presenti, ma con un balzo felino si nascose dietro ad una pianta nella stanza.

Un uomo come lui, con la sua esperienza di vecchio contadino cinese, un metro e sessantadue con la fronte bruciata dal sole e con un gran sogno mai realizzato, quello di essere una panca per vedere se la capra campa o crepa, fonte di frustrazione della sua infanzia, non poteva permettere un simile affronto. Quel gioco, sport nazionale del suo paese, passatempo di ogni uomo che si rispetti, delizia dell’intelletto umano con le sue tattiche e le sue tecniche, proprio quel gioco, unico legame rimastogli con il mondo reale durante l’ incredibile avventura vissuta viaggiando nel tempo, stava lì, immobile di fronte a lui, così cambiato, così diverso … e nessuno lo aveva avvertito! Anzi, sembrava quasi che la gente intorno a lui fosse soddisfatta di quella variante così originale del filo sottile che lo aveva tenuto legato ai suoi ricordi per tutto quel tempo.

Era partito qualche secolo prima per aver scommesso con un amico, sostenitore del “Chi fa da sé, fa per tre”. Lui, così convinto de “L’unione fa la forza”, si era giocato tutto, si era anche indebitato, per poter vincere almeno una volta nella sua vita. La scommessa prevedeva un lunghissimo viaggio nel tempo per lasciare al futuro il verdetto finale. E così partì attraverso gli anni, tra mille cambiamenti e mille ritorni al punto di partenza, attraverso dolori, gioie e sorprese, tra speranze, sogni ed illusioni, con la matematica certezza di soddisfare quella sua “piccola” presunzione .

In una muta solitudine stava lì, rivedeva la sua storia. Non ci credeva ancora, anche le regole di quel gioco erano cambiate. Occorreva sempre una superficie liscia, ma stavolta agghindata a festa.  I giocatori erano seduti sempre intorno ad un tavolo, ma stavolta ognuno con il suo gioco privato. Le tecniche e le tattiche erano sparite, la strategia inutile, contava solo “giocare” il più possibile senza molto tempo a disposizione. Un’unica regola invariata nel tempo: giocare per sé.

Nessuno l’aveva avvertito, nessuno si era preoccupato di farlo sapere, nessuno aveva avuto il coraggio di dirglielo in faccia, ma le cose stavano davvero così. Non voleva delle scuse (e poi da parte di chi), non chiedeva ulteriori spiegazioni, non ne aveva il bisogno, aveva già capito che era arrivato il momento di tornare indietro, ripercorrere tutto il cammino fatto fino a quel momento, uscire da quella stanza senza chiedersi il perché, così, in un silenzio quasi rassegnato, senza la curiosità di sapere, ma con la matematica certezza di dover pagare la sua scommessa.

 CP

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