Evangelisti a tempo determinato (e non)

Pubblicato: 11 febbraio 2014 in Articoli

Una lunghissima mail ieri sera.
Un lungo colloquio oggi pomeriggio.
Non propriamente seduti sul divano di plastica della nuova area relax.
Una lunga chiacchierata con gli evangelisti che, diciamolo subito, così tanto evangelisti non sono.
Piuttosto, delusi. Ma questo ci sta. Delusi da un’iniziativa che non considerano una priorità assoluta, ma che non bollano di eresia a priori.  Potremmo dire risentiti per una delusione forse affrettata; ma spinti da un ragionamento “a freddo” che, da un certo punto di vista, non fa una piega. Scricchiola un po’ su qualche punto, se proprio volessimo essere puntigliosi, ma è legittimo. Una prospettiva riduttiva, ma comunque comprensibile. Dettata da una reazione “a caldo” non troppo meditata che come tale non può essere che parziale, ma che un senso ce l’ha. E allora diritto di replica.
Sostituire prima maniglie non funzionanti, trovare una sistemazione stabile per la nuova biblioteca, aggiustare monitor monocolore, o dare la precedenza a divani colorati e comode sedie girevoli? Affrontare problemi annosi comuni a tutte le scuole italiane, magari condividendone gli intenti e la progettualità con gli studenti, oppure prendere iniziative che possono apparire come fumose e meno utili al momento? Perché è su questo che i nostri evangelisti, non quelli più generici che dietro loro si nascondono, chiedono risposte.
Sono domande che dimostrano amore, senso d’appartenenza ad un luogo, la loro scuola, in cui hanno investito sudore quotidiano, a cui hanno dedicato i cinque anni più importanti della loro crescita,  e che, forse, non sempre è stata all’altezza delle loro aspettative. Una visuale, quindi, tutto fuorché capricciosa, immatura o superficiale (e su questo non avevo dubbi). Un’angolazione che, anche se in un certo qual modo li sveste dei panni indossati loro malgrado per il tempo di un week-end, non risolve però  il cuore del problema. Gli evangelisti non estemporanei. Quelli silenziosi e pacati. Quelli ben rappresentati dalla “reazione a caldo”, che diffidano a priori del cambiamento, che si lamentano per partito preso, che non chiedono nulla alla scuola perché soffrono di indifferenza e qualunquismo. Tutti quegli evangelisti che, prima di guardare il bianco, vedono solo il nero. Pronti a sparare a zero, a prescindere. Quelli che soffrono di quella patologia tutta italiana che tende a ricordarsi solo di ciò che manca e mai di ciò che c’è. Quell’abitudine tipicamente nostrana di non vedere l’altra faccia della medaglia, ormai assuefatti all’idea che nulla serva per cambiare, che tanto tutto è solo fumo negli occhi.
Le parole dei nostri evangelisti a tempo determinato, dunque, per un breve istante e involontariamente hanno aperto nuovi scenari, lontani dal contesto ma vicini alla quotidianità di tutti. E sono un’occasione troppo ghiotta per ampliare la riflessione.
Sinceramente quando andavo a scuola io, mai ho sentito quel posto come casa mia. Mai ho avuto occasioni vere di confronto con i grandi di fronte a me. Mai mi sarei sognato di mettere in discussione, semplicemente perché tutto era calato dall’alto, nozioni comprese. E tutto si prendeva come veniva. Certo si reagiva, si protestava contro un sistema, proprio perché ci si sentiva esclusi, ma difficilmente si tentava di comprendere. Muro contro muro, ma senza il coltello dalla parte del manico (come sempre, d’altronde, quando le parole non nascono per il dialogo). Altri tempi, ma non per questo migliori. Nessun rimpianto.
Uno studente che oggi si aspetta qualcosa dalla scuola, che a ragione o torto si arrabbia, che partecipa, che si sente “a casa”,  evangelista o meno che sia, è uno studente consapevole, magari istintivo nella forma ma cosciente della sostanza. È la dimostrazione che, pur non condividendone sempre le posizioni, questa non è la generazione che si fa scivolare tutto addosso. Al contrario. È la generazione che si aspetta dalla scuola di “sentirsi a casa”, sempre di più. E che, con una lingua talvolta da decifrare, lo dice apertamente, dimostrando il proprio attaccamento per qualcosa in cui si è creduto e in cui si vuole continuare a credere.
L’indifferenza è inquietante. La partecipazione, in un senso o nell’altro, no. Soprattutto quando ci si sente a casa. Un grazie quindi ai miei evangelisti, con i quali mi scuso se li ho fatti diventare, per il tempo di un week-end, portavoce di un movimento che non gli appartiene. Una reazione a caldo che oltrepassa i propri confini e un ragionamento a freddo che non si deve esaurire in un paio di articoli. La parola ad altri. Per non dimenticare mai la direzione verso cui tendere, contro ogni forma di gratuito disfattismo.

CP

commenti
  1. Gemma Notav Nicola ha detto:

    “..Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

    11 febbraio 1917

    ..e aggiungerei però che la direzione giusta è quella che tende a una società ( e scuola di conseguenza)dove..”in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano.”
    ..non solo contro ogni forma di disfattismo disfattista disfascista.
    —o no?

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