A proposito di blog, scuola e scrittura. Pensieri ad alta voce.

Pubblicato: 13 febbraio 2014 in Articoli

Quattro chiacchiere con me stesso.

Un blog. Perché?
Non è un’idea certamente nuova. Ci sono decine di blog in rete di prof altrettanto tecnologici e disponibili a mettere a disposizione dei propri allievi uno strumento veloce per reperire risorse didattiche che li aiutino ad affrontare lo studio. Un blog, però, per definizione, non può essere solo questo. È un luogo virtuale dove, prima di tutto, si scrive.
Quindi, in realtà, la didattica passa in secondo piano?
Solo apparentemente. Insegnare non è solo mettere a disposizione risorse per chi studia. Non è solo spiegare, ripetere o correggere. È innanzitutto essere un esempio.
Cioè gli studenti dovrebbero essere spinti ad aprire un proprio blog?
No. Gli studenti hanno semplicemente l’occasione di leggere ciò che il proprio prof scrive. Mi spiego meglio. Ogni giorno sono abituati a essere letti, corretti e valutati. Ogni giorno devono dimostrare di apprendere e rielaborare. Ogni giorno sono costretti a mettersi un gioco, anche quando se ne starebbero volentieri in disparte a osservare. Al contempo, ogni giorno il prof di italiano legge, corregge e valuta. Ogni giorno consiglia, suggerisce e spiega. Parole, tantissime parole dette a voce, ma non scrive mai. Non si mette mai in gioco. Mai sullo stesso piano. Ti assegno un tema, lo faccio anch’io. Voglio da te un articolo, lo scrivo anch’io. Voglio che tu metta in gioco le tue idee, le metto in gioco anch’io.
Un modo quindi per abbattere le distanze?
Qualcosa del genere, ma non quelle dei ruoli. Il prof fa il prof e lo studente lo studente. Il punto è che proprio da questo punto di vista manca qualcosa. Siamo pronti a chiedere ai nostri allievi di essere critici, di essere osservatori, di essere in grado di commentare, analizzare o sintetizzare. Ma quand’è che siamo noi a fare la stessa cosa? Quand’è che siamo pronti a metterci in gioco sul serio? Quando, cioè, mostriamo apertamente in prima persona il come si possa fare tutto quello che insegniamo? Praticamente mai. Certo spieghiamo la teoria, esemplifichiamo, correggiamo, suggeriamo, ma di fatto non facciamo quello che costantemente chiediamo. Non scriviamo! Leggiamo, ma non scriviamo. O meglio, se anche lo facciamo, puntiamo sulle nostre letture non sui nostri scritti. Sfoggiamo decine, centinaia di letture, ma siamo molto restii a farci leggere. Decisamente paradossale, non trova?
In effetti …
Un blog dunque serve prima di tutto a questo. A far vedere, con l’esempio, non tanto il come si scrive  (questo è e rimarrà del tutto soggettivo), ma quello che significa scrivere. Riflessione, informazione, critica, esposizione, liberazione. Serve a far capire che la scrittura non è esclusivamente una richiesta scolastica ma un’esigenza individuale insita nell’uomo, uno strumento di confronto prima di tutto con se stessi. Un istinto naturale che, il più delle volte, viene represso proprio dalla scuola, dal suo sentirsi “obbligato”. Bene, un blog allora diventa lo strumento migliore per riportare la scrittura al suo significato primario, e cioè un bisogno.
Un po’ troppo idealistico, non trova?
Direi di no. Al massimo un po’ troppo in ritardo.
Cioè?
Sono quasi 15 anni che insegno, ogni tanto in questi anni ho fatto leggere ai miei allievi qualcosa di ciò che scrivevo, soprattutto da quando è cominciata l’esperienza del giornale scolastico, ho contribuito anch’io con qualche pezzo qua e là, ma mai in modo sistematico, sempre solo per qualcuno, mai apertamente per tutti. Bene, è arrivato il momento del “per tutti”. Il momento di mettersi davvero in gioco. Non mi accontento più di chiedere senza nulla in cambio. Questo è il mio personale “in cambio”. Aperto a critiche, suggerimenti, eventuali correzioni e, perché no, stroncature. Alla pari, insomma. Vi chiedo di scrivere, di aprirvi, di mettere in gioco le vostre idee? Bene, lo faccio anch’io con voi. E poi stiamo a vedere.
Non risolve però il problema dei problemi.
E quale sarebbe?
È un “alla pari” un po’ fittizio. Il voto, su ciò che scriveranno i suoi studenti, sarà sempre lei a metterlo.
Vero. Ma la prospettiva non vuole e non deve essere questa. Il voto è un numero che indica un risultato limitato ad una prova. Un tema, un articolo o un saggio può andare male come bene, ma è solo appunto una prova. Il voto valuta lo studente, non la persona. La valutazione è una parte necessaria della scuola. Si potrebbe riflettere sul come farla, ma rimane comunque necessaria, anche solo per tirare le fila di un percorso che si segue. In fondo ogni nostra azione viene in qualche modo valutata, dagli sconosciuti, dai datori di lavoro, dagli amici, dai genitori, da noi stessi.
Il punto, però, non è scrivere per essere valutati, ma scrivere per il piacere di farlo. Come posso pretendere dai miei allievi che amino la scrittura, se per primo io non faccio loro vedere il mio amore per la scrittura?
Se si comprende davvero ciò che la scrittura può diventare, allora anche i numeri assumeranno un significato del tutto diverso e saranno riportati al loro giusto peso. L’obiettivo finale di qualsiasi insegnamento dovrebbe essere quello di contribuire a far crescere nella consapevolezza di sé stessi. Questo è il mio lavoro. E la scrittura è un’arma potentissima per riuscire a farlo meglio.
La scuola finisce in fretta, mentre la vita si spera che continui a lungo. I voti della quotidianità sono e saranno decisamente più severi di quelli ricevuti a scuola. La scrittura, al contrario, continuerà a sopravvivere anche senza numeri, se ha vissuto un’infanzia e un’adolescenza felici.
E poi, vogliamo nasconderci quale goduria immensa può provare uno studente nel trovare un piccolo errore di grammatica, una concordanza sbagliata o un tempo traballante in ciò che scrive il prof?
Vogliamo nasconderci quale insano piacere possa provare uno studente di fronte al lato umano di chi è abituato a vedere come un extra-terrestre?
Alla prima vera supplenza, ormai una quindicina d’anni fa, ricordo che ero in una prima e si stava parlando con i ragazzi dei programmi per il venerdì pomeriggio. Cinema, studio, ripetizioni, vasca in centro, primi amori. Poi, inevitabilmente arrivò il mio turno (perché se chiedi qualcosa di personale ad una masnada di quattordicenni, aspettati pure di dover rispondere poi a tua volta).  Dissi loro che sarei andato a fare la spesa. Quasi in coro, con gli occhi strabuzzati, mi dissero: “Prof, ma lei fa la spesa?”. Beata ingenuità! Cari i miei primini, con quanto affetto mi porto dietro questo ricordo! Sì, faccio la spesa, stendo il bucato, apparecchio la tavola, mangio il pollo con le mani, pulisco il cesso quando è ora e soprattutto tiro l’acqua. Respiro, mangio, dormo, urlo, piango e vivo esattamente come tutti gli altri essere umani. E scrivo. Esattamente come chiedo di fare a voi.

CP

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