Lontano dai pasti

Pubblicato: 13 febbraio 2014 in Articoli

3 ore. Una vita in gioco. O meglio, una sempre più vicina prima prova di Stato. Il tempo sta per finire. Giulia si avvicina lentamente con il suo tema in mano. Lo prendo e comincio a dare un’occhiata sommaria all’attacco del suo articolo. Come un ghepardo della savana a secco da 15 giorni, le mani veloci di Giulia mi sradicano il tema da sotto gli occhi e lo rimettono nel mucchio di quelli già consegnati.
La guardo.
Simulo stupore.
Fa parte del gioco.
“Si fidi prof, è meglio così. Lo legga lontano dai pasti!”

Niente male per sdrammatizzare un giudizio a caldo dettato dal deflusso di adrenalina al termine di una prova non proprio defaticante
La classe sorride.
Il sottoscritto pure.
“Lo legga lontano dai pasti”.

Non è l’unica Giulia.
La consegna di un compito (soprattutto del tema) è sempre una scena “da morir dal ridere”. Offre spunti da far invidia alla ricerca sul campo di un sociologopsicoloantropologo.
E allora tracciamolo il quadro. Approssimativo, ci mancherebbe. Fissare in categorie statiche il comportamento dello studente è impresa impossibile, ma così tanto sfiziosa!

Lo spavaldo certificato: quando finisce appoggia sulla cattedra i suoi fogli in religioso silenzio e si avvia ad altra attività più appagante nell’attesa che il tempo scada per per i comuni mortali. Dopo una rapida approvazione del prof ricercata con lo sguardo, tira fuori un libro dallo zaino, legge, studia per l’ora successiva, disegna o si rilassa fissando il muro, chiede se nel frattempo può dedicarsi al suo lettore mp3, ti scruta nella speranza che ti cada l’occhio sulla perfezione del suo elaborato.

Il tentennante apparente: aspetta l’attimo, anche quando il compito è finito in largo anticipo. Si guarda intorno, non vuole essere il primo, sia mai che il prof cominci a correggere subito. Si fionda come un gatto sul lardo appena vede due o tre compagni più decisi alzarsi dal proprio banco e rompere il ghiaccio. Arriva alla cattredra e infila il proprio compito sotto quelli appena consegnati; manca solo il cilicio poi è al completo, un po’ di finta auto-umiliazione pubblica ci sta sempre bene.

Il superiore (o l’indifferente patentato): che sia andata bene o male, che abbia la certezza della pena o meno, si avvicina alla cattedra guardandosi intorno incuriosito dalle silenziose pareti, lestamente lascia scivolare con nonchalance il tema ed eventuali accessori che si è portato dietro per non farseli rubare in sua assenza (penna, matita, altri fogli) e, quasi in contemporanea, chiede di poter uscire. Ssul dove vada effettivamente ho sempre avuto dei dubbi, a prescindere dalla richiesta ufficiale. Un unico obiettivo: distogliere l’attenzione (soprattutto da se stesso).

Il protagonista: finisce in largo anticipo (sempre), consegna platealmente (sempre), possibilmente facendosi notare da tutti i presenti, con domande inutili tipo “appoggio qui, prof?”, con voce chiara e stentorea, che tutti sentano bene (quasi non aspettassero altro!).

Il ritardatario: finisce puntualmente dopo il suono della campanella, spera (fin dalla programmazione dei compiti a inizio quadrimestre) di poter usare qualche minuto dell’intervallo, trova le scuse più impensate per avere 3 minuti in più, consegna camminando lentamente, quasi al rallentatore, leggendo interi periodi tra una falcata e l’altra e correggendo all’ultimo secondo, appoggiandosi su ogni banco a portata di mano (spesso potrebbe essere confuso con il protagonista);

Il rinunciatario: consegna prima del tempo, sconsolato e disperato. Troppa fatica tutta in una volta. la testa non smette di muoversi a destra e sinistra. Andare avanti non serve a niente, tanto vale togliersi il compito dalla vista e sperare in un giro anticipato al cesso. Liberatorio.  Per ricaricare le pile.

Il finto zerbino: fin dallo stacco della chiappa destra dalla sedia (solitamente al suono della campanella), comincia a voce alta: “prof, quando è previsto il recupero? posso rifarlo? è andata male. Male male. Lo sento, lo sento. Ho parlato di tutto tranne di quello che la traccia chiedeva”. Nella malaugurata ipotesi di un voto poi positivo (che solitamente non è mai inferiore all’8), catalizza su di sé gli insulti dei compagni per i successivi anni di convivenza forzata. Rischia ricadute sulla salute (anche fisica), ma è fatto così. La sua versione all’orale è quella del classico “non so niente, non so niente”, garanzia che sotto il 9 non si scende!

E poi Giulia: “prof, lo legga lontano dai pasti!”
Questo fa decisamente categoria a sé. Autoironica e cortese, gentile e previdente. La salvaguardia della digestione del prof, prima di tutto. Un pensiero a dir poco altruista e terapeutico.

Giulia sa (senza saperlo davvero) che la correzione è meglio cominciarla senza essere disturbati da smottamenti interiori inaspettati.
Giulia sa che la correzione richiede tranquillità e serenità d’ambiente, possibilmente da effettuarsi sempre a stomaco vuoto.

Giulia non sa però che le sue parole sono la miccia che accende la più morbosa curiosità.
Giulia non sa però che si è guadagnata la prima posizione nell’ordine di correzione. Over the top.
Ovviamente, però …  lontano dai pasti.

CP

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