Cronache di un passeggero perplesso

Pubblicato: 14 febbraio 2014 in Articoli

Faccio parte di quella generazione che aveva un rapporto chiaro e diretto con i mezzi pubblici. Quando andavo a scuola da ragazzino si chiamava ATM, ora che continuo ad andarci come un ragazzino, GTT. Le cose stavano più o meno così: dalle porte centrali di scendeva, da davanti o da dietro si saliva. Tutto chiaro, limpido. Tranne qualche furbetto che sempre è esistito e sempre esisterà, per tutti gli altri la norma era piuttosto facile da seguire. Il flusso seguiva una certa regolarità in entrata e in uscita. Chi saliva si spostava verso il centro del bus e, bene o male, tutti avevano una propria collocazione e direzione. Anche alla fermata: chi saliva da una parte, chi scendeva dall’altra. E tutto scorreva, lento, ma con criterio. Di più: i malcapitati che giocavano a fare un po’ come volevano erano richiamati all’ordine da vigili passeggeri poco disponibili a farsi prendere per in giro (autisti compresi).

Chi andava all’estero, però, rimaneva di stucco. Non esisteva canale di entrata o di uscita, qualsiasi accesso o via di fuga potevano essere usati indifferentemente per salire o scendere da un bus. Pareva funzionasse (e tuttora funziona). Perché allora non adeguarsi alla civiltà degli altri paesi? Perché non affidarsi al buon senso delle persone comuni? Se un tedesco, uno spagnolo o un francese ce la fa, perché non un italiano? Detto, fatto. Europeizzati.

Via gli obblighi. Chi sale lo faccia dove vuole. Chi scende pure. Solo un accorgimento, per favore, chi sale lasci prima scendere. Limpido come il sole. Molto, troppo europeo. Nel giro di pochi anni solo qualche vecchio mezzo ancora in circolazione,alle porte della rottamazione, ci ricorda ancora il bel tempo che fu.  A memoria, non sono passati neanche 10 anni da un cambiamento mai sancito ufficialmente, ma adottato di fatto anche da noi.

Giusto per tastare il polso della nostra crescita europeista, facciamo un po’ il punto della situazione. Ore 6.16, 7.33, 8.12, 9.23, 10.18, 11.43. Che sia AM o PM, poco importa. Gente che sale, che scende, che sta a guardare intontita, che studia strategie d’assalto, che perde la rotta. Porte che si aprono su muraglie umane che di spostarsi neanche a parlarne. Gente bloccata e che cambia programmi perché non sa più dov’è il  nord, il sud, il sopra, il sotto, il di lato. Gente accalcata alle vie d’uscita (che sono anche di entrata) e parti vuote del bus inutilizzate. Gruppi di studenti che ripassano, giocano, urlano o ridono  tra i quali fare una gimcana per andare a sedersi in un posto libero. Anziani e meno anziani che salgono e si fermano dopo un metro in attesa della propria fermata che sarà, manco a dirlo, il capolinea. Voci confuse e disordinate che chiedono permesso, che insultano, che urlano. Il marasma più totale. Spinte inevitabili, qualche spinta d’ordinanza, altre spinte involontarie. Gente che ha perso le coordinate.

Ma in Europa come fanno? Probabilmente hanno un altra concezione dell’occupazione dello spazio. Un altro senso di vita collettiva. Immediatamente si rendono conto che fermarsi all’entrata di un bus crea spazi vuoti privi di logica (oltre a rompere i coglioni a tutti quelli che saliranno dopo). Probabilmente sono abituati all’idea che, anche se si va a occupare una posizione meno strategica per poi scendere, sarà naturale che chi arriva dopo si metta in modo da lasciare un passaggio libero per la discesa. Probabilmente lo pensano anche nei casi di sovraffollamento nelle ore di punta, perché difficilmente si assiste al Far West italiano. Chi potrebbe rappresentare un ostacolo, sa di esserlo e previene. Osserva il flusso, si sposta in tempo, anticipa le mosse degli altri, occupa uno spazio che diventa libero permettendo un gioco di incastri che muta continuamente e che significa civiltà. Probabilmente fin da piccoli si sono sentiti dire che il bus è di tutti, da rispettare come fosse un po’ la propria macchina, con passeggeri che potrebbero essere i propri nonni, zii, fratelli. Inimmaginabile sulla propria vettura (sempre in Europa) viaggiare seduti sul cofano, appesi alla portiera,  entrare  dal bagagliaio o uscire dal parabrezza (salvo  incidenti ovviamente).

Dunque, più che un problema di mezzi pubblici che funzionano male (in alcuni casi non si può certo negare), forse siamo noi che funzioniamo male. Forse è in noi che c’è qualcosa che non va. Che non ci permette un’evoluzione al passo con i nostri cugini europei.  Abbiamo la moneta unica, non ci sono più le frontiere, sarà sempre più facile studiare geografia per i nostri bambini, e non riusciamo ancora a capire come funziona il meccanismo del sali e scendi su un autobus di linea.

Ci vorranno ancora 10 anni, forse. I nostri tempi di rielaborazione sono decisamente più lunghi. In fondo ci abbiamo messo 20 anni per conoscere un uomo che i capelli li ha sognati e altri 20 per conoscerne un altro che li ha direttamente trapiantati. 40 anni per essere sempre al punto di partenza. Per non sapere ancora da che parte si sale e da quale si scende.

CP

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