Segnali dal futuro

Pubblicato: 11 marzo 2014 in Articoli

Quando nel bel mezzo di una lezione di fronte a giovani menti ti scappa un “se avrei” al posto di un “se avessi”, forse è il caso di porsi qualche domanda (neanche troppo metafisica).
Soprattutto perché le ferie sono ancora lontane e l’agognato riposo ancora di più.
L’apostrofo sulla circolare tolto dal correttore automatico che non bada al senso ma solo all’ortografia può starci ed è del tutto plausibile, ma la costruzione maccheronica di un periodo ipotetico mentre formuli un frase di senso compiuto è qualcosa d’altro.
Un segnale dal futuro?
Ci vorrebbe un correttore automatico anche dei pensieri, un sorta di correttore cerebrale istantaneo. E non tanto per lo strafalcione sulla consecutio temporum che sicuramente finirà tra gli ipse dixit della prossima edizione del giornale scolastico (quello è davvero il meno). Quanto piuttosto sulla mancata presa di coscienza immediata dell’errore stesso, che se non fosse per gli sguardi attoniti dei tuoi allievi, passerebbe in cavalleria (visto che per rendertene conto ti occorre chiedere spiegazioni di una muta e diffusa risatina generale al tuo uditorio).
Il segnale dal futuro più preoccupante è proprio questo: il non accorgerti della cazzata appena pronunciata. L’accorgerti che qualcosa non funziona perché chi ti sta di fronte, in modo molto garbato, te lo fa notare.
Se però a starti di fronte è la tua classe, la cosa è leggermente imbarazzante.
Lapsus, direbbe il collega magnanimo.
Stanchezza da lezione pomeridiana delle cinque meno un quarto, direbbe il collega sindacalista.
Vecchiaia che avanza, direbbe il collega burlone.
Peccato veniale, direbbe il collega tollerante; peccato mortale, quello talebano.
Alzheimer galoppante, direbbe il medico pignolo.
Ma gli allievi?
Troppo gentili ed educati per fartelo sapere brutalmente.
Curiosità allo stato puro ribolle in una frazione di secondo.
Ti piacerebbe leggere il pensiero. Sentire i commenti che frullano per le giovani testoline che se la ridono di gusto.
Ti devi però accontentare di sguardi eloquenti. Di occhi fulminanti.
Cerchi il tasto rewind. Vorresti resettare il tempo. Adottare l’ora di Greenwich seduta stante.
Niente da fare.
È successo.
Punto e a capo.
Che rivincita inaspettata, servita su un piatto d’argento (per loro).
Che pensieri soavi, che speranze, che cori (per loro).
Che gran figura di merda (per te).
E adesso, al posto di andare a riposare e riconnettere i neuroni, ti tocca pure la serata di ripasso autolesionista (così domani, bontà loro, arriveranno altri segnali dal futuro).
Anche perché secondo il vecchio adagio, dopo l’apostrofo dimenticato e la consecutio violentata, non c’è due senza tre.
Cominci seriamente a preoccuparti (per loro e per te).

 CP

commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Capita a tutti dopo i quarantanni. Il segreto è di non dare troppa importanza, altrimenti apre la porta alla insicurezza, che poi fa lavorare il doppio e ti rende sempre più insicuro e fa sentire “vecchio”. Dal sentirsi vecchio al sentirsi inutile il passo non è tanto lontano. Con il tempo porta il desiderio di fare sempre meno. E’ molto difficile non essere coinvolti nella irregolarità della nostra vita quotidiana, dove tutto il giorno la vita è diventata scollegata, disarmoniosa, dannosa alla percezione del nostro cervello, strutturato per cogliere l’armonia. Esiste nel nostro esercito una specializzazione di “guastatori”. La tattica di guastatore è una tecnica di guerra, ma è diventata abitudinaria nel lavoro, nella politica, nella religione, nella democrazia: confonde le regole, e sussiste sempre nell’interrompere le persone nel loro lavoro e metterle in discussione.. Bisogna imparare a vedere in faccia il guastatore e quanto vale.per creare un filtro alle sue illazioni. Riuscire a fare il nostro dovere con coscienza, in buona fede, senza perdere l’entusiamo, con gli anni è una grande soddisfazione in questo mondo confuso e senza ideali comuni.

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