L’Europa lo fa?

Pubblicato: 12 marzo 2014 in Articoli

Febbraio 2014.
Nuovo governo (come fosse una cosa nuova).
Nuovi ministri (per modo di dire, su 18 la metà c’era già in quello precedente).
Nuova ministra dell’Istruzione (questa sì, che è nuova).
Dichiarazioni d’inizio mandato, il giorno dopo la fiducia alle Camere: “un approfondimento è doveroso, nessuna pregiudiziale sul liceo in 4 anni. L’Europa lo fa”.
Titoli di giornali, prime pagine, si apre il dibattito.
Come fosse una cosa nuova.
Nuova? La ministra precedente aveva già iniziato la riflessione, non più tardi di qualche mese prima.
Di più. Già 5 licei (di cui solo 1 pubblico!) hanno avuto il benestare di sperimentare già da quest’anno il taglio dell’ultimo anno.
E il ritornello già sentito era stato il medesimo: l‘Europa lo fa.
Giornali, giornalisti, opinionisti e altri isti di professione tutti in coro: l’Europa lo fa.
Davvero? Sicuri?
Possibile che l’Europa che lo fa sia sempre quella di quei 4-5 stati membri presi in considerazione dai mezzi di informazione? L’Europa, l’Unione Europea, è fatta solo da Inghilterra, Germania, Francia e Spagna?
E gli altri? Non contano nulla? Dimentichiamo di essere in 28?
Quello che più infastidisce non è la proposta in sé,  che non deve fare paura a priori (in uno stato civile), ma come viene venduta, come viene trattata con estrema superficialità.
È quel l’Europa lo fa che fa drizzare le antenne.
È la disinformazione che spaventa, perché appiattisce il confronto, approssima, rende tutto parziale.
Perché non è vero che l’Europa lo fa.
Vero è che una parte degli stati membri dell’UE lo fa, ma non tutti.
Anzi. Se andiamo a contare, sorpresa: è una minoranza che lo fa.
Certo i pezzi da 90 sui giornali fanno notizia, ma se l’Unione Europea si vende, quando fa comodo, come un corpo solo, è paradossale che, quando fa altrettanto comodo, si identifichi sempre e solo con i cugini francesi, tedeschi, inglesi o spagnoli.
Siamo in 28 (ventotto), o forse questo numero serve solo per le statistiche? Per intimorire il grande fratello d’oltreoceano?
Proviamo allora ad allargare l’orizzonte e facciamo un po’ di conti spicci. Che non serva per un confronto più serio e costruttivo? Ma soprattutto con dati non passati sotto silenzio.
In Italia, senza intoppi indesiderati, si esce dalla scuola secondaria superiore a 19 anni.
Ci dicono in Europa a 18.
Pinocchietti, abituati alle mezze verità o alle mezze bugie.
Tiratina d’orecchie per ministri e giornalisti.
Su 28 stati membri, sono altri 15 – con l’Italia – quelli che tengono a scuola fino a 19 anni la propria gioventù.
La maggioranza. Certo i nomi non sono così altisonanti come quelli che fanno terminare a 18, ma pur sempre la maggioranza.
Italiani come bulgari, cechi, danesi, estoni, lettoni, lituani, lussemburghesi, ungheresi, polacchi, romeni, sloveni, slovacchi, finlandesi, svedesi.
Ne manca uno all’appello.
Chi sarà? Altra sorpresa: la Germania.
Eh già, perché nella vecchia cara locomotiva tedesca i 4 anni sono per le scuole tecniche, in molti lander gli studenti liceali continuano beatamente a dedicare agli studi un anno in più.
Esattamente come da noi.
Quindi, per favorino, basta con la solfa de l’Europa lo fa.
Perché se una minoranza lo fa, non vuol dire che tutti lo fanno.
Perché la cultura dell’approssimazione è figlia dell’ignoranza.
Perché un anno in più di scuola é un anno in meno di lavoro, un anno in più per assaporare il tempo.
Perché i rimpianti del non aver studiato a sufficienza, sono più dolci da sopportare, se tardano di un anno ad arrivare.
Perché sarebbe molto più serio e civile discutere di investire soldi nella scuola e non in 90 aerei da caccia che costano 100 milioni di euro l’uno.
Non dovendo invadere la Svizzera a breve, ci sarebbero 9 mila milioni di euro pronti per far vivere meglio gli studenti italiani.
In cinque o sei anni.
Sei anni?
Ah, già.
L’Europa non lo fa.
CP
commenti
  1. Pia ha detto:

    E bravo il mio Prof! Concordo, e lo sai bene, su tutto quello che hai scritto. Che ne dici di pubblicizzarlo a scuola? Anche perchè oggi, nei consigli di classe, è passato il messaggio come qualcosa di ormai definito e innegabile e ineludibile. E accidenti, mi viene da dire, ma dobbiamo prendere sempre tutto per oro colato ciò che arriva dal ministero noi dell’Umberto I? Sempre tutto così scontato perchè arriva da un alto che non può essere messo in discussione? E poi, circondati come siamo da colleghi dei Paesi dove tanto si fa e danno manforte. E allora parliamone…
    Anche perchè arriva la notizia – passatami da una collega – che il Time ultimamente ha scritto che in USA – e dico USA – nelle “high school” stanno pensando non solo di portare a cinque ma addirittura a sei gli anni. Non mi soffermo a spiegare le motivazioni date perchè le sappiamo benissimo.

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  2. Eugenia ha detto:

    Nei vari soggiorni in Spagna, mi sono resa conto che quattro anni danno un’infarinatura insufficiente: si passa superficialmente su tutto, non si studia niente e l’università, impostata su uno studio settoriale, non può certo colmare le lacune di un sistema così condensato. Già i cinque anni italiani costringono gli insegnanti a sforbiciare il programma di quasi tutte le materie.
    Un esempio per tutti: il mio libro di letteratura spagnola (testo adottato normalmente anche nei liceo spagnoli) era un tomo unico di circa trecento pagine (margini larghi, molte immagini) che andava dagli inizi fino a fine novecento. Il mio libro di letteratura italiana era (ed è tutt’ora) il mitico Baldi: nove volumi di sapienza. Ovviamente non sono stati sviscerati tutti durante il percorso scolastico, ma la maggior parte sì e, col senno di poi, mi rendo conto che tutto sommato ho fatto poco dell’enorme patrimonio letterario italiano. Mi viene la pelle d’oca pensando che il Baldi potrebbe ridursi a 300 pagine con disegnini. Dirò di più: ristudiando letteratura spagnola all’università mi sono resa conto che ciò che si può fare in cinque anni italiani (e figuriamoci in quattro spagnoli) non rende nemmeno la più vaga idea di cosa sia davvero la letteratura ispanica.

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  3. Aurelia Pusar ha detto:

    Basta un referendum con raccolta di firme,anche su facebook per la tua proposta per risanare il bilancio di stato, estesa anche alla Comunità Europea. Questo confronto di spesa mi ricorda Raoul Follereau : con il costo di un bombardiere si vinceva la lebbra nel mondo, ma nessuno lo sentì.

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