Viaggio d’andata e ritorno al passato

Pubblicato: 15 marzo 2014 in Articoli

L’Olanda che ci aspetta pare non riservi pioggia per i prossimi sette giorni. Così dicono dicono le fonti in loco, ma siamo pronti a tutto. Specialmente le valigie dei ragazzi, che sembrano attrezzate per affrontare un’eventuale isolamento quarantena. Alcune anche un totale isolamento dal resto del mondo per i prossimi sei mesi.

Seconda fase dello scambio, 24 adolescenti al punto di ritrovo. Due accompagnatori che contano e salutano genitori. 26 persone pronte al decollo.
Di solito funziona così. Due scuole, due gruppi di studenti, famiglie e docenti che si organizzano a ospitare e viaggiare. Tanta voglia di esperienze nuove.
Se lo scambio culturale funziona, vale tutto l’anno scolastico.
Certo, non si fa lezione (tra una cosa e l’altra per almeno due settimane), ma la scuola non è solo classe e seduti composti al proprio banco. Il ministero ultimamente aiuta sempre meno, dall’ultima riforma sono stato tagliati i fondi per pagare le trasferte. I casi sono due: o nessuno più viaggia (e sono la maggioranza le scuole italiane che hanno tagliato le mitiche gite), oppure si fa per la gloria, soprattutto in una scuola “europea” che, senza scambi, stage e viaggi, non avrebbe più senso di esistere.
Viene quasi in mente lo slogan delle magliette estive: barcollo ma non mollo.

E vengono allora in mente i viaggi fatti da studente.
Quelli programmati dalla scuola degli anni ottanta, in cui, a quanto pare, prevaleva la logica dei dipartimenti di matematica.
Primo anno: viaggio di un giorno (museo di scienze a Milano).
Secondo anno: viaggio di due giorni (una meta talmente accattivante da essere finita nel dimenticatoio).
Terzo anno: viaggio di tre giorni (non pervenuto, grazie all’idiota che a inizio anno pensa bene di lasciare un ricordo corporeo sulla cattedra del prof del cuore – risultato gite cancellate per tutta la scuola, per la serie colpirne 1000 per trovarne 1, che si aggira impunito ancora oggi).
Quarto anno: viaggio di 4 giorni. Finalmente si fa sul serio. Venezia. Tutto quel che succede rimane nel libro della memoria. Top secret è vietato ai minori. Diciamo solo che un branco di semi-diciottenni arrapati poco si sofferma sui mosaici di San Marco e sui canali che ci invidiano in tutto il mondo.
Quinto anno. L’ultimo, il più atteso. Per tradizione all’estero. Ma la tradizione cambia sempre, prima o poi. E il nostro “poi” arriva puntuale come la nuvoletta di Fantozzi. Meta sognata Parigi o Barcellona. Meta assegnata Firenze. Ora, senza nulla togliere alla città di Dante, un bel moto a luogo figurato nasce spontaneo nel gruppo classe, compatto più che mai nella sfiga cosmica piombata dal cielo inaspettata.
Quinto anno: viaggio di 5 giorni. Rigorosamente in treno. Rigorosamente organizzato nei minimi dettagli (e non dai prof). Manco fosse la battaglia decisiva della guerra dei 100 anni.

A ripensarci, quanta tenerezza.
Sono passati 25 anni dalle uniche due gite memorabili, il resto del mondo è arrivato poi (compresa la Gelmini).
Di cinque anni di liceo i ricordi più nitidi (non gli unici, ma senza dubbio i più significativi).
Le mete ora sono decisamente più allettanti, l’Europa è a portata di mano, ma lo stato d’animo è ancora quello di venticinque anni fa.
Non si dorme la notte prima, pensiero fisso ad aver preso tutto, immagini sfocate di ciò che ci si aspetta, battito accelerato man mano che si avvicina la data della partenza.
Con una sola differenza.
Questa volta (come ogni volta), la responsabilità è tua. E l’ultima battaglia della guerra dei 100 anni non la organizzi più tu.
Direbbe Pirandello, il giuoco delle parti.
Che si cominci a giocare, diresti tu.

CP

 

commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Alla fine i viaggi più significativi sono regalati dai genitori, ora sarebbero impossibili. Buon soggiorno

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