Tempo scuola e di scelta

Pubblicato: 24 marzo 2014 in Articoli

Chi entra.
Chi esce.
Un viavai moderato.
Mai eccessivo.
Sempre, abbastanza, silenzioso.
Quasi individualizzato.
Ben studiato nei minimi dettagli.
Strutturato a dimensione studente.
Nessuna orda che si catapulta di corsa in aula al suono della campanella.
Nessuna mandria che aggredisce le scale come Pantani il Mortirolo.
Nessuna minaccia di disordine sociale all’orizzonte.
Le lezioni cominciano alle 8.20.
Terminano alle 16.10
Ma non per tutti.

Il monte-ore è uguale, la sua distribuzione settimanale no.
C’è chi comincia alle 10 come chi è già lì da due ore, ma che uscirà due ore prima.
In una parola, il criterio è quello della personalizzazione (un po’ come all’Università insomma).

E anche quello dell’opzionalità.
I corsi si possono scegliere, in base al futuro che si vuole costruire.
E non si pensi che questo significhi per forza disordine, incompetenza o futuro insuccesso scolastico. Si potrebbe, alla lunga, rimanere delusi.
È solo una questione di prospettiva. Nient’altro che prospettiva.
Prospettiva sulle competenze su cui si vuole andare ad incidere sul serio.
Può spaventare, ma va presa in considerazione. Senza cancellare ciò che funziona. Integrando e smettendo di sentirci, come al solito, il centro vitale della cultura occidentale.
Roma e Atene non sono più quelle di Cicerone e Aristotele. Seneca e Platone, Virgilio e Omero sono rimasti, ma più sulle targhe di qualche scuola che ne ricorda il nome, che nella nostra quotidianità. Continuiamo a trasmetterli, ci mancherebbe. Continuiamo ad esserne innamorati e credere che per un sano presente e un radioso futuro siano imprescindibili. Eppure, la Roma e l’Atene di oggi, sinceramente non hanno più molto da insegnare. Continuano a crogiolarsi nel falso mito di poterlo ancora fare. Ma quelli che chiamavano barbari, ormai, le hanno superate. E sono modelli di civiltà da guardare, forse, con più rispetto e curiosità.

Una chimera per la scuola italiana?
Forse. Ma provarci sarebbe interessante e, altrettanto forse, l’unica strada per diventare un paese più civile, intellettualmente meno superbo e finalmente consapevole dei propri confini.
Provarci non vorrebbe dire copiare, cancellare o trasferire.
Provarci vorrebbe dire mantenere la nostra unicità non rifiutando a priori il bello degli altri.
Perché diciamocelo: non bisogna essere degli eruditi per vedere il bello intorno a noi.
Basta imparare a guardare.
E trovare qualcuno disposto a insegnarlo.

CP

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