Il comodino di Kafka

Pubblicato: 1 aprile 2014 in Articoli

Si sa.
Il museo monotematico è una visita a rischio.
Se si tratta poi dell’amico Franz, l’incognita diventa quasi una certezza.
Un autore come Kafka mette a dura prova l’adolescenza ormonale.
Una vita spesa tra frustrazione, senso di emarginazione e tubercolosi.
Un esito quasi garantito.
Malinconia che spazia nell’assurdo, nella città in cui cercare se stessi, senza rischiare di perdersi definitivamente, diventa una mission impossible.
Passeggiata letteraria attraverso luoghi simbolo più da immaginare che da vedere.
Una città che per mostrare il suo passato obbliga lo sguardo almeno a 10 metri da terra.
Il piano strada ormai è del tutto svuotato di qualsiasi appartenenza.
I marchi globali campeggiano tristemente a destra, e a sinistra.
Coordinate spogliate, svilite, mercificate.
Non rimane che tirare dritto.
Alzare gli occhi dal secondo piano in su.
E immaginare.
Fantasticare sul tempo che fu.
Sull’atmosfera che fu.
Sul mondo che fu.
Sull’uomo che fu.
Non rimane che convergere sul museo che porta il suo nome.
Consapevoli che il nome museo, anch’esso, è del tempo che fu.
Spazio dunque al libero arbitrio.
Chi vuole viene.
Chi vuole va.
Da un’altra parte ovviamente.
Il gruppo si separa.
Col prof tre intrepidi volontari.
Gli altri per chiese o a pedalare sull’acqua della Moldava fin sotto il ponte Carlo.
Tra le motivazioni della scelta, una spicca su tutte le altre.
Un discorso captato di straforo tra due allievi alle 10.05 del mattino.
Sei ore prima del fatidico momento.
Prima voce.
“Ma dai! Vieni, ci saranno i manoscritti, le lettere con Felice, la traduzione di Die Verwandlung …”
A queste parole il prof di letteratura quasi perde i sensi.
Seconda voce.
Dal suono meno poetico ma certamente efficace e sintetico.
“Boh, io direi sinceramente che a me del comodino di Kafka me ne batto proprio i coglioni, ecco!”
Colpisce l’anacoluto, il resto ricorda la mitica corazzata Potemkin di Fantozzi.

Per la cronaca, di comodini neanche l’ombra.
Un allestimento molto kafkiano, con tantissimi documenti da leggere.
Tutto molto affascinante, davvero.
Appunto perché … da leggere.
Un ringraziamento commosso allora va ai tre intrepidi volontari.
Almeno tre quarti delle citazioni appese ai muri sono tutte in rigoroso tedesco. Un aspetto non di poco conto quando qualcuno, come il sottoscritto, si affida all’inglese.
Questione di sopravvivenza quando qualcuno vuole leggere una lingua sconosciuta.
Senza di loro quel qualcuno non avrebbe capito una mazza.
Senza di loro avrebbe cominciato a cercare comodini che non avrebbe trovato, neanche a pagarli.

CP

commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Alla Casa della Donna, quando mi sono unita al “Gruppo Io donna contro la guerra” , eravamo solo in tre. Ma siamo poche!! Mi risposero: dove ci sono due persone che s’incontrano, nasce una associazione, quindi in tre eravamo molte: Abbi fede ti è andata bene. Buon proseguimento

    Mi piace

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