U’ Fleku

Pubblicato: 5 aprile 2014 in Articoli

Black light theatre come antipasto.
Birra scura e prosciutto di Praga per cena.
Location d’eccezione, dal 1499.
Birreria storica che ricorda la Sardegna.
Serata tipica boema.
Tutto bello. Tutto perfetto.
Un solo particolare non torna.
Il conto da pagare.

Abitudini decisamente diverse. Uno scontrino sostituito da un pezzo di carta bianco ricco di incisioni rupestri. Semplici stanghette verticali – più o meno lunghe – che non stilizzano uomini in piedi o seduti, ma le unità di birra consumate e i bicchierini di liquorino locale gentilmente posati sul tavolozze che accoglie il gruppo vacanze Piemonte.
Funziona così. Il cameriere arriva con pinte e chupitos. Posa direttamente sul tavolo. Tutti si entusiasmano all’idea che gentilmente il locale stia offrendo il primo, visto l’alto numero di convitati. Tutti si sentono ospiti particolari. E rimangono in silenzio accettando con grandi sorrisi il “dono” pervenuto. Peccato che non sia però un omaggio della casa. Il foglio (che era bianco fino a quel momento) comincia a riempirsi di geroglifici di diverse altezze. E così continua, non appena i bicchieri si svuotano, finché non si capisce che è troppo tardi.
S’ha da pagare.
Il conto fa tot. Alla romana sarebbe molto semplice. Diviso 23 e il gioco è fatto. Ma sarebbe anche molto ingiusto, perché qualcuno ha mangiato molto meno di altri e non ha toccato il secondo boccale.
Si opta per un ripasso di aritmetica applicata.
Si chiede al cameriere che parla quattro parole di italiano e il resto di ceco quanto costano i singoli piatti, la birra e gli aperitivi creduti offerti.
Si organizza un comitato di volontari che si isola dal resto gruppo e mette in pratica i 13 anni di studi matematici che ha sulle spalle.
I sette membri ufficiali del politburo si dividono i compiti.
Cominciano i calcoli ad personam.
Uno conta.
L’altro prende i soldi.
Il terzo divide le banconote grandi da quelle piccole.
Il quarto riconta.
Il quinto, a turno, ripete tutto da capo.
Il sesto chiama il prof per un riconteggio.
Il settimo si accerta che nessuno porti scompiglio.
È sempre la solita storia.
Quando non si fa alla romana, i conti non tornano mai.
Così in Italia come in Cechia.
Se poi non si fa caso ai bicchierini gentilmente “offerti” all’inizio della cena e al servizio che di solito non è mai incluso, la situazione si complica irrimediabilmente quando è ora di fare le divisioni.
C’è un ammanco di circa 1000 corone. E chi ha già messo i soldi deve ancora ricevere il suo resto.
Non più abituati ai numeri alti, sembra uno sproposito.
In realtà si tratta di circa 37 euro.
Sul momento però la prospettiva viene a mancare,
L’uomo di legge del gruppo azzarda da lontano: “Basta, controllate sullo scontrino, non è possibile che non ci sia!”
L’uomo di legge non sa che tutto è possibile quando la ricevuta è un foglio rupestre.
Diciamocelo pure chiaro e tondo.
Se già le abitudini locali prevedono che sia tu a dire “no, grazie”, e a questo aggiungiamo l’entusiasmo giovanile, e a questo aggiungiamo un po’ d’inesperienza, e a questo aggiungiamo che non sempre la memoria di ognuno funziona, e a questo aggiungiamo che la biro dei camerieri a volte raddoppia stanghette tracciate velocemente, possiamo serenamente affermare di essere stati leggermente gabbati.
Che tradotto dal ceco suona più o meno così.
C’hanno fatto fessi!
CP
commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Bisogna mandare MONTI in trasferta. Lo scontrino fiscale è un’invenzione italiana? Dato che anche in Francia è su richiesta, persino al supermercato. Quali sono le nazioni della Comunità Europea che richiedono l’obbligo dello scontrino? A questo punto direi che ci fanno fessi anche a casa ogni giorno.

    Mi piace

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