Domenica sportiva

Pubblicato: 6 aprile 2014 in Articoli

Ore 9.
Partenza per la montagna.
Da lunedì gli impianti andranno in letargo. Come non approfittare del sole che ci sveglia dalla finestra.
Ultime due ore di lezione di snowboard. Dopo pranzo la neve primaverile sarà quasi impraticabile senza le pinne.
Dalle 11 all’una ci aspettano due ore di totale relax.
Matti col maestro. Io con mia moglie, stravaccati al bar del Melezet.
Quasi 20 gradi, sole a palla, prima tintarella.
Quattro chiacchiere, birretta, sigaretta.
E chi ci muove più?

Ore 14.30
Il tempo vola.
Dopo un pranzo en plein air, è ora di tornare.
Già assaporo una pennica pomeridiana per recuperare un po’ di sonno arretrato. La sveglia del giorno prima alle 4.50 è stata come una coltellata al timpano. E il conseguente stato catatonico mi ha accompagnato per tutta la giornata.
Un’ora di viaggio e siamo a casa.
Una passeggiata di salute.
Il tempo di scaricare la macchina e metterla in garage.
Diciamo 10 minuti in tutto. Non di più.
Ore 16.
Entro in casa con l’immagine del divano stampata negli occhi.
Pregusto l’orizzonte orizzontale che mi attende.
Matti mi sta aspettando seduto sulla scala.
Si sta legando le scarpe da calcetto.
Un timore leggerissimo mi assale.
Papi, cambiati che andiamo!
La tuta da sci è volata chissà dove. In completa tenuta calcistica che è un gemellaggio impossibile tra Ajax e PSV, lo sguardo del biondino non prevede repliche.
Trattengo una madonna che sta per scapparmi e sorrido recuperando le forze.
Fuori ci sono 25 gradi.
Piena estate primaverile.
Ha ragione lui.
L’unica trattativa che mi é concessa è sul mezzo di trasporto fino al parco.
Con la bici non ce la posso fare. Riesco a strappare una passeggiata dietro al biondo sul suo oxeloboard (una variante dello skate con due ruote in meno).
A me tocca lo zainetto con il cambio, i viveri per la merenda e, naturalmente, la palla che è da gonfiare regolarmente prima di uscire.
Ore 16.30
Cinque minuti di strada e ci siamo.
Parco Dora ci aspetta.
La vecchia acciaieria che ha ospitato i miei nonni per più di trent’anni oggi accoglie frotte di giovani che giocano nel suo cuore. Intere famiglie che passeggiano dove un tempo per l’acciaio non solo si viveva ma anche si moriva.
L’oxelo riposa vicino a un pilone dello scheletro scrostato della fabbrica.
Si comincia con qualche passaggio di riscaldamento.
Tempo dieci minuti e arriva San Lorenzo, un bimbo che comincia a giocare con Matti.
L’occasione è ghiotta per sedersi e rifiatare. L’idillio dura poco però. Lorenzo deve andare.
Papi, giochiamo a scartaggi?
Pronti, fatti sotto!
Con un movimento da moviola affronto l’avversario.
Rocambolesca veronica del biondino, palla persa che si incunea tra le mie gambe.
Faccio l’errore di bloccarla, come quando era piccolo e non riusciva a sradicarla dai miei piedi chiusi a triangolo. Provava e riprovava. La palla non si muoveva. E rideva da morire.
Tempi passati.
Matti recupera la posizione in un batter d’occhio e parte con un calcio alla Roberto Carlos.
Della palla neanche l’ombra.
Alluce sinistro pieno.
Il mio.
Fitta lancinante.
Mi accascio al suolo.
Guardo la panchina dolorante e chiedo il cambio al mister.
Matti si avvicina.
Ride come un matto, io pure.
Melodramma terminato.
Prende la mia mano e mi aiuta a recuperare la posizione verticale.
Due passi indietro, un piccolo sforzo e sono di nuovo in piedi.
Lui si gira.
Non ha smesso di ridere.
Papi, sei proprio un vecchietto!
Matti … tua sorella!

CP

PS.
Ogni tanto cerco il tasto OFF.
Sotto le sue ascelle.
Sulla sua schiena.
Sulla sua pancia.
Sotto i suoi piedi.
Niente da fare.
Non si trova mai.
E sento la vita amica.

commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Non potevate fermarvi di più im montagna? Magari andare da Ugetti prendervi i crafen? I consigli della nonna

    Mi piace

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