La ciliegina sulla torta

Pubblicato: 17 aprile 2014 in Articoli

Ciliegina15 anni.
Tondi tondi.
Quindici anni aspettando Godot.
Con la sua valigia carica di lupini.
Dispersi nel mare degli scatti d’anzianità non ancora retribuiti.
Di un adeguamento di stipendio che non offenderebbe certo l’amor proprio.
Anni in cui papà ministero ha pensato bene di mettere a stecchetto i suoi figli sempre più illegittimi. Tagli di fondi, tagli di risorse, tagli di indennità. Mancano solo più i tagli di capelli.
Manco fosse un boscaiolo impazzito in una foresta canadese, pronto a fare il parrucchiere.
Eppure, anche se orfani del dicastero romano, le gratificazioni arrivano puntuali.

Quelle più vere, che non puzzano di soldi.
Quelle più autentiche, che profumano di umanità.
Homines sumus, humani nihil a nobis alienum putamus.
Un grazie a Terenzio che ci ricorda ancora oggi la nostra essenza.
Un grazie a tutti quegli studenti che nel tempo hanno supplito le assenze di chi li governa.
Dal 99 al 2014, la scrivania che si riempie di ricordi. Lettere, biglietti, fotografie, dvd, audio cassette. Tutto rigorosamente personalizzato. Tutto rigorosamente pensato. Tutto rigorosamente realizzato da ragazzi e ragazze che decidono di dire grazie a modo loro. Disegni, collage, ritratti, poesie, parodie. Creatività senza confini. Regaloni e regalini. E poi ancora pensieri più tecnologici. Sms, mail, post, commenti e messaggi su FB, Whatsup o Twitter. Che regolarmente vengono notificati quando meno te lo aspetti. Senza aspettare che se ne accorgano ministri che cambiano a ritmi vertiginosi. Senza preoccuparsi che arrivi finalmente Godot.
Basta questo in fondo per recuperare l’entusiasmo messo sempre più a dura prova da burocrati  sensibili come un ferro da stiro.
Basta il grazie di una gioventù che ci vendono come lontana da quel profumo di umanità di cui parla Terenzio. Di una gioventù che invece sa molto bene ciò che conta e alla quale nulla di umano è estraneo.
Nel 99 furono le prime As e Ds di un liceo scientifico periferico. Ieri la quinta D di un classico del centro. In mezzo tante altre lettere a altrettanti numeri ordinali. Di classi di ogni ordine e grado, sparse tra città e provincia.
Fare il prof non è un lavoro come gli altri. È una missione laica, e non si deve avere il timore di dirlo. Non può essere fatto senza passione. Come tutti quei lavori che al centro mettono l’uomo. I vecchi, i disincantati e i qualunquisti tentano di farcela perdere, ma fortunatamente ci sono i giovani a farla sopravvivere. Anno dopo anno.
Forse inconsapevolmente, ma con quella genuinità che appartiene solo alle persone vere.
Che non hanno timore a mettere nero su bianco i propri sentimenti con chi ha voglia di ascoltarli e ricambiarli. Che non hanno mai avuto paura di mettersi in gioco con chi ha investito tempo e energie su di loro. Oggi come ieri.
Verrebbe quasi da dire che basta questo a ricordarci ogni giorno che facciamo il lavoro più bello del mondo. Che in fondo un adolescente  che dice grazie è di gran lunga più gratificante di una cifra che cambia in busta paga. Ma meglio non essere troppo indulgenti e accondiscendenti su certi argomenti con chi dovrebbe tradurre tutto questo anche in un riconoscimento vilmente danaroso.
Tutto sommato se per tutto il resto c’é MasterCard, il conto deve essere coperto.
CP

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