Campionato di rubamazzetto

Pubblicato: 18 aprile 2014 in Articoli

Girone unico.
Partecipanti: due.
Chi arriva prima a 100 vince.
E per cento si intende il numero di partite vinte, non di punti.
Così, una partita che doveva arrivare a 10 diventa un’odissea.
Un testa a testa che sa di eternità.
Una sfida nata per esigenze, come dire, di sopravvivenza domestica.

Se una sera, malauguratamente, la fortuna gira dalla tua parte e vai sul 5-0 in meno di mezz’ora, occorre modificare seduta stante le regole di una partita che diventa subito torneo. Anche perché, per il biondino di casa, di andare a nanna senza la speranza di rifarsi non se ne parla neanche.
Se riesce a mantenere un certo aplomb britannico fino alla terza sconfitta consecutiva, dalla quarta in poi s’incazza come un bufalo.
Siamo ancora lontani dallo spirito di De Coubertain. In fondo quando si gioca, a quaranta come a dieci anni, l’importante partecipare rimane un principio molto, ma molto teorico. Soprattutto se lo scontro è generazionale. Se poi hai l’opportunità di battere papà, la sfida ha tutto un altro sapore.
Ti fa sentire tremendamente forte, incredibilmente grande.
Il punto però è che bisogna riuscirci. Papà ha smesso di giocare per farti vincere ormai da qualche tempo. Soprattutto da quando a Mario Kart non vince più da 3 anni.
Senza stare troppo a contare le carte uscite, a rubamazzetto ci si affida di brutto al fattore C.
1, 2, 3, 4, 5 a 0.
Inimmaginabile per il biondino.
Insostenibile per mamma orsa.
Il cordone ombelicale vibra, la propria creatura sta subendo una sonora lezione. Quel bruto di papà non ha compassione. Un affronto troppo pesante da sopportare.
Comincia così una consegna di messaggi che più che subliminali, sono solo sub (nel senso che arrivano dal basso).
Un primo calcetto leggero dato con precisione chirurgica che sfiora la tua gamba sotto il tavolo. Un secondo di media potenza, sempre chirurgico, sempre sotto il tavolo. Un terzo da rosso diretto, che per fortuna non va a segno.
E il tutto corredato da sguardi minacciosi che parlano da soli.
Fagliene vincere qualcuna.
Smettila di batterlo.
È solo un bimbo.
Piantala di farlo incazzare.
La fortuna, però, è una brutta bestia.
Mai un po’ di sfiga quando ne hai paradossalmente bisogno. Ne va della serenità serale del pargolo.
Possibile che la dea bendata si accanisca contro un malcapitato di 10 anni?
Altra mano, altra botta (sempre sotto il tavolo).
Eppure sembra quasi impossibile costruire il gioco affinché il biondino riesca a vincerne una.
Le carte giuste sono sempre nelle tue mani. E non puoi farci niente.  Non riesci proprio a evitare una nuova batosta al piccolino.
L’incazzatura infantile aumenta. Quella materna pure. Ormai apertamente schierata con uno spirito da ultras di curva.
Dai calcetti invisibili molto sub, si passa al tifo orale molto super. Frasi da stadio in difesa della squadra del cuore. Parole destinate solitamente all’arbitro che piovono dalla parte opposta del tavolo. Sguardo inferocito di chi vorrebbe che tu perdessi, almeno una volta.
Scemo, scemo, scemo. Sembra quasi di sentirla … la curva.
La partita s’infiamma. L’ultimo barlume di autocontrollo dell’avversario è quasi al game over. La tensione è palpabile.
E allora la butti su un classico che non muore mai.
Dai, facciamo l’ultima.
Se vinci tu, siamo pari.
La partita della vita.
Una sola.
Per appianare le distanze.
O la va o la spacca.
Il sorriso torna all’avversario.
Il tifo sugli spalti si placa, ma gli sguardi rimangono eloquenti.
Messaggio ricevuto.
Forte e chiaro.
Fai di tutto per giocare contro te stesso. Le carte giuste e le combinazioni più favorevoli devono finire nelle mani del biondino.
Facendo finta di niente sistemi le carte del mazzo in modo che siano ancora più congeniali a chi ti sta seduto di fronte concentratissimo. Sfrutti pure il riflesso dei suoi occhiali per poter scartare le tessere di un puzzle che lui competerà comodamente. Una strategia quasi forzata, se vuoi evitare il Telefono Azzurro al termine della partita.
Ultime tre carte in mano.
Una giù, due giù.
Tutto procede alla grandissima.
Il biondino, gasatissimo, ti ruba il mazzo con la sua ultima carta.
Non rimane che la tua. Che, ovviamente, è quella che si riprende tutto.
Con un culo del genere ti viene quasi voglia di cambiarti di corsa, partire per Saint Vincent e approfittare della buona stella fino al mattino seguente.
Mantieni la calma.
Sdrammatizzi.
La butti sul ridere.
Recuperi perfino De Coubertain.
Non c’è ragione che tenga.
Ormai ti sei pure giocato la moglie, che si ritira nelle sue stanze come una dama medievale, delusa dalla tua sgradevole scortesia.
Tutto pare irreparabile.
O forse … basta spostare il traguardo in avanti.
Arriviamo ai 100?
Torna il sereno.
Detto, fatto.
Campionato cominciato.
Calendario definitivo … non pervenuto.
CP

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