Effetti collaterali di manzoniana memoria

Pubblicato: 12 maggio 2014 in Articoli

Per Manzoni ... questo e altroIl momento è topico.
Anche leggermente catartico direbbe Flavio Oreglio.
Si sta raggiungendo il punto di massima tensione.
Il classico spannung narrativo.
Nel bel mezzo di una lezione su un argomento ostico.
Difficile come quando ci si trova di fronte a questioni di fede. Soprattutto raccontate con piglio ottocentesco.
Già Manzoni non è più il top player della letteratura italiana da almeno qualche decennio.
Già il libro non è propriamente l’ultima novità editoriale in fatto di storie originali.
Già il pubblico di lettori deve fare uno sforzo quasi sovrumano per mantenere l’attenzione. E il prof in primis toccare le corde giuste per non provocare un attacco di narcolessia collettivo.
Ma trovarsi di fronte ad un allievo che, fino ad un istante prima vestito di tutto punto, improvvisamente ti mostra pettorali e addominali in versione Baywatch, potrebbe far vacillare anche il più avvezzo degli affabulatori. Da far tremare le vene e i polsi anche al più preparato oratore.
Sì, perché lo spettacolo vietato ai minori al quale ci si trova di fronte è qualcosa di impensabile anche dalla mente più contorta. Qualcosa che mette alla prova il sangue freddo del prof (e anche quello caldo di qualche compagna a cui casca inevitabilmente l’occhio).

La classe è stupefatta, il prof è stupefatto, l’allievo più che altro (forse) solo fatto.
Si potrebbe quasi prevedere se si stesse parlando del marchese De Sade. Se si affrontassero i sonetti lussuriosi dell’Aretino. Se si leggesse la Lolita di Nabokov, o gli epigrammi proibiti di Marziale.
Ma con Manzoni!
Con Manzoni!
Il più casto, puro e vergine degli autori italiani.
Quello che per un bacetto aspetti 38 capitoli.
Quello che il massimo della trasgressione è una sbronza serale vicino ai Navigli.
Quello che giusto per sembrare normale ti piazza una suora dall’allegra mutanda (ma con un’infanzia da Telefono Azzurro che fa perdonare tutto).
Di fronte alle avventure di Renzo e Lucia, il massimo della perversione potrebbe essere quella di tentare un sonnellino ad occhi aperti. Un tentativo di auto ipnosi terapeutica. Un accenno allo sbadiglio mascherato da improvviso spasmo da dente del giudizio appena estratto. Un coraggioso rutto strozzato in gola  da farlo sentire ai pochi intimi che ti circondano. Uno sguardo compassionevole di una generazione lontana anni luce dal quel ramo del lago di Como.
Tutto.
Tutto, tranne un allievo a petto nudo a dieci minuti dalla campanella.
Con tanto di tartaruga e bicipiti torniti messi in risalto da una leggera abbronzatura.
Con tanto di sorriso alla James Dean che guarda stupito gli occhi attoniti del prof. Quasi a chiedersi cortesemente inconsapevole: “cazzo guarda?”
Convinto, naturalmente, di essere ancora vestito.
Convinto (o forse no) che quanto appena successo non sia successo davvero.
In fondo, l’idea di base era solo quella di togliersi una felpa.
Senza fare rumore. Passando inosservato. Con molta nonchalance.
Peccato che con la felpa anche la maglietta abbia preso la strada verso l’alto.
Peccato che non sia riuscita a fermarsi in tempo. Lasciandolo privo della propria corazza.
Così, en plein air, dalla cintola in su.
Un bronzo di Riace, che riemerge dal letargo in fondo al mare con tanto di ciuffo alla Elvis solido e statico grazie ad una cura maniacale di gel e piega col phon. Frutto di ore davanti allo specchio e certosina precisione di piega.
Un nuovo personaggio della Mattel scappato da un Toys Center alla ricerca della sua Barbie.
Il primo, in quindici anni di lezioni sul sugo manzoniano della storia, a vivere una tale metamorfosi erotica.
Il primo a provare un insano senso di libertà di fronte alle pagine più spirituali del romanzo che si sono sorbiti milioni di studenti italiani.
Il primo a sentire un bisogno naturista di fronte alla riflessione finale tra i due protagonisti finalmente sposi.
Il primo a mettersi a nudo di fronte a un mostro sacro della scrittura. A crocifiggersi sull’altare della letteratura senza un’adeguata corona di spine.
Metafora di un senso di liberazione inconscio che prende il sopravvento e fa perdere qualsiasi inibizione?
Epifania erotica inaspettata?
Allegoria di quel senso di leggerezza che si prova alla fine di un’esperienza mistica?
Adrenalinico senso di vuoto che si prova dopo un’esperienza estrema?
Senso di frustrazione per qualcosa di irripetibile che (si spera) non tornerà più?
Un segno inequivocabile di resa di fronte all’imponderabile?
Tutto può essere al tempo di facebook e della mela morsicata.
Ma nessuno osi più dire che Manzoni annoia. Nessuno osi più pensare che sia da mettere in naftalina. Che sia palloso e superato.
Perché c’é ancora chi riesce a emozionarsi.
Chi riesce a tirare fuori gli attributi.
Chi sa cogliere il non detto.
Chi sa percepire il non scritto.
Chi sa spogliarsi dei pregiudizi.
Dei tabù più reconditi.
Al punto di mettersi a nudo di fronte al mondo.
Libero e bello, come mamma l’ha fatto.
CP

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