Il gattopardo smarrito di Palazzo Chigi

Pubblicato: 28 settembre 2014 in Articoli

la-buona-scuolaFatemi capire.

Qualcuno sia così gentile da provarci almeno.

Una riforma epocale con numeri straordinari.
150000 assunzioni, fine del precariato, una nuova scuola da Mulino Bianco.
E poi, due ore dopo, stipendi bloccati ancora per un anno?
Cos’è, il teatrino dell’assurdo?
Sul serio il governo è convinto di poter essere credibile?
Non ci sono i soldi per i contratti, ma quelli per assumere sì?
Qualcosa che non torna. O forse torna, ancora più di prima.
Dichiarazioni di facciata, verrebbe da pensare.
La ministra non perde poi tempo e aggiunge ulteriori novità. Dichiarazioni da intervista alla radio, sia chiaro, ma pur sempre parole pesanti.
Commissioni d’esame con tutti prof interni, eventuale abolizione dell’analisi del testo dalla prima prova scritta, una nuova terza prova aggiungendo – o solo con – un bel test INVALSI nazionale (sul valore innovativo di proposte tali ci sarebbe da discutere).
Rivoluzionario, fantasmagorico, un vero cambiamento epocale della scuola italiana.
E pure con la possibilità (che, state tranquilli, coglieremo al volo) di partecipare tutti attivamente: basta dire la propria entro fine novembre sul sito della “buona scuola”, pronto all’uso, per sentire l’opinione di tutti.
Un gesto democratico quasi commovente a prima vista. Una rete pronta in fondo al mare a tirare su i tonni di passaggio.
La vera rivoluzione, signori ministri, sarebbe quella di cominciare a dire meno cazzate e recuperare ciò che da anni la scuola continua a dire.
Basterebbe avere il coraggio di ascoltare davvero. Solo per una volta.
La vera rivoluzione sarebbe quella di non far finta di non sapere.
La vera rivoluzione sarebbe quella di ammettere che nelle priorità del sistema Italia, la scuola viene dopo le banche, la finanza, l’esercito, gli aerei da guerra e le armi che portano morte in Medio Oriente.
Volete davvero essere rivoluzionari?
Destinate la voce di bilancio della difesa alla scuola e viceversa.
Togliete l’8 per mille alla Chiesa e rendetelo obbligatorio per le scuole.
Rischieremmo forse di essere invasi dagli svizzeri, ma perlomeno sapremmo già il francese e il tedesco per accoglierli!
E forse potremmo pure fare altre riforme per entrare anche noi, finalmente, tra i paesi più civilizzati.
La vera rivoluzione sarebbe quella di cominciare a parlare chiaro, senza vergogna.
A dire che una scuola su cui non si investe sul serio è la garanzia perpetua di arretratezza culturale che fa tanto comodo ai poteri forti.
Una scuola che sopravvive grazie al precariato (perché questo è un dato di fatto) non è vero che non la si vuole.
Fa comodo: costa meno!
Tutti gli stipendi non pagati a luglio e agosto sono un risparmio.
Tutti i contributi in meno da versare sono un risparmio.
Tutti i docenti che vivono appesi a un telefono sono un risparmio, di soldi e, perché no, anche in termini politici.
Una scuola che non funziona bene – e il precariato è lo specchio di una società che non funziona bene – garantisce ignoranza, scontento, disinformazione, omologazione, pecore che per un filo d’erba diventano lupi.
Una scuola con prof sottopagati garantisce lo status quo.
Niente di meglio che demotivare il senso d’appartenenza alle istituzioni pubbliche per poterle poi denigrare puntando il dito contro la scarsa “produttività”. E ovviamente per poterle poi smontare e ricostruire a propria immagine e somiglianza.
Nessuno vede la contraddizione? Non è un po’ da coglioni spalare merda sulla scuola pubblica senza ricordare che quel “pubblica” significa di tutti? “Statale” significa  di ognuno di noi. E invece sembra sempre che chi sta in alto ne parli come di un qualcosa che è staccato, in basso, lontano, di un mondo a parte.
È la condizione ideale per mantenere il controllo, facendo finta di essere pure interessati al cambiamento.
Servono investimenti, assunzioni, riforme, fuochi artificiali e marionette. Tutto vero, ci mancherebbe.
Ben vengano. Ma la prima cosa su cui intervenire, se non si vuole essere semplicemente dei quaquaraqua, è il contratto di chi nella scuola ci lavora da prima che lorsignori fossero scelti come governatori. Ops, ho sbagliato. Da prima che lorsignori si autoeleggessero alla guida del sistema (sì, perché la memoria non bisogna perderla, mai). Nessuno li ha scelti democraticamente alla guida del paese, ci sono arrivati con i soliti giochi di potere, dimostrando fin da subito di che pasta sono fatti).
Il contratto è scaduto da cinque anni, non da cinque mesi. Gli scatti d’anzianità, e quindi gli stipendi, sono bloccati fino al 2019 (perlomeno quello sulla mia busta paga). E voi parlate di assumere, investire, cambiare, riformare, rivoluzionare?
Mi viene in mente un altro verbo che finisce sempre in -are, e che sta tanto bene accompagnato da un ordine di movimento fisico.
Avete idea di cosa voglia dire avere una ricostruzione di carriera che arriva, se si è fortunati, 5 anni dopo l’immissione in ruolo e un adeguamento dello stipendio che non arriva mai dopo 15 anni di servizio?
Se non si parte dal contratto di lavoro, se non si risolve nell’immediato ciò che è già un diritto acquisito di chi lavora, non ha senso parlare di tutto il resto.
È una questione di priorità. Prima si risolve il problema nell’immediato, poi si tracciano le linee per evitarne in futuro.
Se non si rispetta il lavoro di chi la scuola la fa ogni giorno, si perde la credibilità quando si afferma di volerlo difendere.
L’unica difesa che si continua a vedere è quella dei propri interessi personali e di partito.
Forse sarebbe meglio un ripasso grammaticale prima di sbandierare online una rivoluzione basata su una divisione in sillabe da 3 di italiano in pagella.
E chi ci rimette, come al solito, è quella fetta di popolazione che tutti i giorni, tra le 8 e le 8.30 oltrepassa un portone, sale su di corsa per le scale, si siede dietro a un banco, e crede ancora che – prima o poi – qualcosa possa cambiare davvero.
Quella fetta di popolazione per cui i grandi hanno detto e continuano a dire una marea di cazzate.
CP

 

commenti
  1. Aurelia Pusar ha detto:

    Questo governo a differenza di tutti gli altri ha: ‘INCAPACITA’ DI ESSERE OPERATIVO
    NON HA NESSUNA CONOSCENZA DELLA GESTIONE AMMINISTRATIVA PRIVATA E DELLO STATO E DELLA SUA PREVENTIVA PROGRAMMAZIONE.
    propone solo la FASE PROPOSITIVA, quindi incompleto, a danno dello stato e dei suoi cittadini. Giustamente non rappresenta gli italiani, che oltre a non averlo scelto, sono abituati a lavorare diversamente.

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  2. Pia ha detto:

    Io rispondo così: venerdì prossimo sciopero. Ancora idealista, ancora credo nella democrazia. Sciopero con CUB e COBAS. Ma dove sono i sindacati confederali? (domanda retorica s’intende). Io sciopero anche per quei colleghi che si ostinano a fare finta di nulla (sono tanti, come sempre). Illusa, idealista, continuo a credere nel cambiamento. I soldi? Quanti sprechi! E quanto loro utilizzo clientelare. Basta vedere i soldi dati alle scuole private ai Centri di formazione (privati) con i quali la Scuola Statale (povera, ridotta all’osso, senza più laboratori alle professionali e agli istituti tecnici) collabora. Per non considerare gli sprechi di gestione: chi, fra colleghi docenti e studenti, spengono le luci quando c’è il sole? A casa nostra la bolletta elettrica la guardiamo e stiamo attenti ai consumi? Con questo cosa voglio dire? Che siamo tutti responsabili: democrazia è questo. Responsabili anche di chi ci governa. Addossiamoci le colpe. Democrazia è anche entrare nel seggio e mandarli tutti a casa.

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