Presente passato

Pubblicato: 28 settembre 2014 in Articoli

presente passatoLa terza liceo è una tappa fondamentale.

Si esce dal tunnel del biennio iniziale e comincia la strada vera verso la tanto agognata maturità. Un miraggio che nei primi due anni si presenta raramente nella testa dell’impavido studente.

Entrano in scena la letteratura, italiana e straniera, latina e greca, la filosofia (vera scoperta di avere un cervello funzionante dentro la scatola cranica), la matematica e la fisica dei grandi, la chimica e l’astronomia.
Le questioni dell’esistenza terrena e celeste, insomma.
Quelle che cominciano a interagire con la spinta ormonale; lo sviluppo della parte del corpo sopra la cintura dei pantaloni.
E in questo momento è facile sentirsi smarriti. Alla ricerca di coordinate non più dettate solo dagli impulsi primari.
Dallo stato gassoso a quello solido, rischiando di cadere in quello liquido da un momento all’altro.
I primi giorni di scuola sono quelli più a rischio per lo studente del terzo anno.
Nell’entusiasmo del facile guadagno ottenuto dalla tempestiva vendita dei libri del biennio da reinvestire il sabato sera, facilmente si cade nell’equivoco più comune.
Tutto ciò che ho studiato fino a ieri … non serve più! Libri nuovi, argomenti nuovi, mai sentiti prima. Pure qualche prof nuovo.
Si ricomincia tutto da capo.
Reset immediato.
Neuroni azzerati.
E capita l’inimmaginabile.
L’imprevedibile. L’imponderabile.
Una sola domanda.
Innocua e innocente.
Giusto così, per tastare il terreno.
Una semplice questione verbale. Quella che per i due anni precedenti non ti ha fatto dormire la notte.
Quella che – credevi – fosse ormai un ricordo lontano da matricola liceale.
Si sta tentando di fare un esercizio di scrittura giornalistica. Ovviamente sul giornale di oggi la cronaca è sempre quella di ieri.
E allora i tempi verbali non devono cadere in facili tentazioni. Tu ci provi e ci riprovi, ma l’ostacolo sembra insuperabile.
Il fatto che le tue iniziali siano sui cartelloni pubblicitari di mezzo mondo non fa di te uno stilista.
C’è ancora tanto, tanto da lavorare.
Allora il prof, per venirti incontro, ti fa pensare all’uso dei tempi verbali. E tu, nel marasma più totale, nel tuo assordante silenzio che sa di preghiera a Padre Pio … rimani senza parole.
Non ricordi più nulla di quello che hai studiato fino a tre mesi prima.
Una beata cippa di niente.
Continui a sbagliare un semplice tempo verbale.
Nebbia da secessione padana (quella dei tuoi neuroni dalla materia grigia).
Ma dai, che tempo hai usato nella tua frase?
Non riesci a fare altro che a inventarti il “presente passato”, un nuovo tempo forse nato da una notte superalcolica tra indicativo e participio (o dalla tua sbornia della sera precedente).
E non ti accorgi della potenza delle tue parole. Irrazionali e fatali al tempo stesso.
Lo specchio della tua metamorfosi d’inizio anno.
Il riflesso del tuo rincoglionimento settembrino.
Il tuo nuovo tempo.
Presente: non pervenuto.
Passato: dimenticato.
CP

 

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