Lavaggio automatico

Pubblicato: 29 ottobre 2014 in Articoli

libro bagnatoUna lingua è viva quando qualcuno la usa. Quando una comunità parlante la fa propria per comunicare.
Parole che nascono, crescono e muoiono. Sostituite da altre che hanno lo stesso destino.
Un ciclo che può durare secoli, millenni, o interrompersi e diventare storia. Un passato remoto.
Parole che si usano e di cui, a forza di ripeterle, dimentichiamo il significato.
C’è un vocabolo che a scuola è a serio rischio d’estinzione. Il nostro orso marsicano.
Una sorta di specie protetta che neanche l’ENPA o il WWF sono in grado di difendere.
La parola pulizia.

E diciamolo subito, non quella degli spazi condivisi da centinaia di studenti.
Entrare in classe a metà mattina o nelle ore finali potrebbe rivelarsi un’esperienza olfattiva quasi trascendentale.
Se poi si arriva dopo le ore di educazione fisica si rischia davvero la visione mistica.
Cori angelici che spruzzano deodorante come fosse verderame.
Non c’è prodotto cosmetico che tenga, purtroppo.
Gli effluvi sprigionati dai pori dell’epidermide adolescenziale rasentano l’inimmaginabile.
A confronto la cucina di un ristorante periferico di Bangkok sembra una beauty farm provenzale al tempo della fioritura di lavanda.
Eppure la basi sono state gettate da tempo immemore.
Le ore passate davanti allo specchio pari a quelle passate a dormire.
È il concetto di fondo che è poco chiaro: coprire gli odori non equivale ad eliminarli.
Imbellettarsi non serve senza una preliminare disincrostazione.
In fondo pulire, significa proprio levigare, togliere il superfluo.
Sotto le parrucche dei nobili aristocratici del 700, pullulavano veri e propri commando di pidocchi.
Il passato certo, ma anche il presente.
Abitudini ereditate superficialmente. Spesso dimenticate.
Schiere di genitori ripetitivi e noiosi sempre più marginalizzati.
Si lavano le mani (prima e dopo i pasti).Si lavano i denti (sempre dopo i pasti, ma una volta in più non guasta certo – il primo bacio è sempre dietro l’angolo).
Si lavano gli occhi e la faccia (tanto per sembrare meno catatonici fin dalle prime luci dell’alba).
Si lavano i piedi (ogni sera e al bisogno, si spera).
Si lavano i capelli (almeno tre volte a settimana e dopo qualsiasi attività fisica che provoca sudorazione copiosa).
Si lava tutto il corpo (per evitare di dimenticarsene distrattamente un pezzo che potrebbe far sfigurare in ambienti chiusi).
Si lavano giacche, camicie, maglie, pantaloni, calze, mutande e scarpe.
Quest’ultime due soprattutto, le più a rischio di contatto diretto con depositi non autorizzati di rifiuti solidi (umani e animali).
Ci si lava, ci si lava, ci si lava.
Sempre e comunque.
Parole, parole, parole.
Che soffiano nel vento (sperando che Bob Dylan non la prenda male).
L’igiene personale é una scoperta piuttosto recente, non c’è dubbio.
Il bagno in ogni casa una conquista del secondo novecento.
Troppo poco in fondo per metabolizzare un concetto così personale come la cura della propria persona.
Tutto comprensibile, per carità.
Tutto molto (troppo) quotidiano, per essere considerato un fenomeno sociale in via d’estinzione.
Eppure la speranza non è morta.
Ci sono casi (isolati ma non per questo da far passare in secondo piano) di giovani che hanno fatto così proprio il principio da riversalo su tutto ciò che li circonda. Giovani decisamente oltre.
“Prof, posso andare in bagno a lavare il libro?” E con tutto il candore ingenuo di chi sta facendo una domanda assolutamente normale e sensata.
Ecco, di fronte a una richiesta simile alle 8 del mattino, come non sciogliersi in un virtuale abbraccio alla gioventù che avanza?
Come non riappacificarsi col mondo?
E ricredersi dei turpi pensieri accavallati nella memoria in anni di lezioni cominciate a metà mattinata?
Via la vecchia gomma che cancella la matita.
Il vecchio bianchetto che pulisce l’inchiostro. Il più moderno correttore che cancella ogni traccia.
Il classico fiorellino disegnato che copre la svista. L’eventuale fazzolettino che strofina la macchia.
Ora, il libro si lava.
Come i denti, le mani, le mutande e i piedi.
Se poi è l’antologia di italiano, non c’é santo che tenga.
Non basta che sia pulita, deve profumare – è proprio il caso di ricordarlo – come un fiore.

CP

commenti
  1. Pusar Aurelia ha detto:

    Giustamente è meglio lavare il libro acquistato “usato” con l’ebola in arrivo. L’acqua per fortuna non toglie del tutto il nostro profumo originale siamo delle “bestie” che hanno perso la natura

    Mi piace

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