Parafrasi e dintorni

Pubblicato: 29 ottobre 2014 in Articoli

ipse dixitC’è la PERIFRASI, che non è altro che un giro di parole per indicare qualcosa. Si usa per evitare le ripetizioni lessicali, soprattutto quando i sinonimi finiscono.
C’è la PARAFRASI, che altro non è che la riscrittura di un testo letterario complicato in un italiano più vicino a noi. Si usa per capire meglio il significato di una lingua talvolta ostica come quella di qualche secolo fa.
E poi c’è la PARIFRASI, che, a occhio e croce, significa: nonricordoassolutamenteuncazzodiquellocheabbiamofattoperdueannimaciprovolostesso.
E si usa quando la confusione cerebrale è tale che Porta Palazzo il sabato mattina ricorda un chiostro di cistercensi.
Alle 8 del mattino, si sa, la connessione dei neuroni va a rilento sui banchi di scuola. Quegli strani oggetti con una superficie piana che tanto ricorda il letto da poco abbandonato. Strumenti indispensabili per la ripresa delle sinapsi, soprattutto quando l’inverno è alle porte e il letargo vorrebbe essere l’unica opzione a disposizione. Sostegni della propria sopravvivenza. Gli unici veri amici almeno fino alla terza ora, quando la luce comincia a filtrare attraverso le palpebre incollate dalla notte.

Gli studenti amano la tradizione degli ipse dixit: frasi memorabili, errori e cazzate dei prof a lezione, religiosamente appuntate su un quadernetto che si aggira furtivo per la classe, da lasciare in eredità alle generazioni future. Conservato con cura maniacale, manco fosse il Vaticano Latino 3195 di Petrarca. Custodito in luoghi inaccessibili e segreti per evitare pericolose attività di controspionaggio.
E come biasimarli? Facevamo le stesse cose. Ancora oggi, in cantina, c’è una scatola custodita gelosamente. Dentro ci sono cinque diari. Cinque anni di vita liceale. Un lustro di ricordi indelebili, chiusi nel cassetto della memoria ab illo tempore. Tra quelle pagine, ovviamente, in mezzo ai compiti per il giorno dopo (non sempre segnati scrupolosamente, devo ammetterlo), le cazzate dei prof … ma soprattutto le mie.
Finissero tra le mani dei miei allievi ci sarebbe davvero da ridere. All’iniziale inevitabile sputtanamento, potrebbe seguire l’ennesimo confronto tra età della pietra e terzo millennio. Se il primo si sopporterebbe facilmente con un po’ di sana autoironia, il secondo sarebbe decisamente un colpo di grazia. Ed è sufficiente questo pensiero per farli rimanere in cantina.

Il punto però è un altro. Quando a scuola si passa dal banco alla cattedra, e non si è ancora così rincoglioniti da aver dimenticato le proprie performance scolastiche, le prospettive si allargano inevitabilmente. Ai celebri ipse dixit rubati a lezione quando eri giovane, si aggiungono le chicche di chi, questa volta, ti sta seduto davanti.
Se i prof dovessero appuntarsi le cazzate salvavita che ogni giorno escono dalla bocca dei propri studenti consumerebbero litri d’inchiostro. Ce ne sarebbe per una nuova Treccani (o per almeno un paio di gigabyte di hard disk, per essere più 2.0)!
I più divertenti sono i tentativi maldestri di risposta a tutti i costi. Quelli della serie “ho perso un’altra occasione per stare zitto”.
Le uscite memorabili dettate dall’abitudine di non pensare prima di sbattere la lingua contro labbra, denti e palato. O quelle ancor più interessanti che si stampano indelebilmente in un compito scritto, a futura memoria.
E così, tanto quanto il pio Goffredo di Buglione qualche anno fa è diventato di Buttiglione, oggi la parafrasi è diventata parifrasi.
Con una leggerissima differenza, però.
Le cazzate del prof nei secoli dei secoli, quelle degli studenti in fretta nell’oblio.
In fondo, si aggiornano talmente in fretta che diventa difficile ricordarle tutte.
Dette da dietro la cattedra hanno tutto un altro sapore.
Giusto così.

CP

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