Idea! Pardon, Ikea!

Pubblicato: 30 ottobre 2014 in Articoli

billyVoglio andare a vivere all’Ikea!
No, non è la versione aggiornata del successo anni novanta di Toto Cutugno.
Anch’io, da piccola, non vedevo l’ora che i miei mi portassero all’Ikea!
No, non è il remake nostalgico del Morandi di Ti porto al mare, né di quello che aspettava sotto il portone di andare a comprare ettolitri di latte.
Semplicemente due amiche sullo scalone dell’Umberto I, dopo una lunga giornata di scuola, in vena di qualche scoop esistenziale.
L’atmosfera si fa un po’ surreale.
Il prof che scende insieme a loro è colto di sorpresa (lui, purtroppo, Totò Cutugno e il Gianni nazionale se li è sciroppati per motivi familiari).
La prima reazione è uno scetticismo ironico.
Sul serio? Dai, è una battuta! Non scherzate! Che infanzia dura ragazze!
E invece no. L’entusiasmo è sincero, il desiderio pure.
Niente trucco e niente inganno.
Forse solo innocente leggerezza, ma qualcosa nella testa comincia a frullare.
E quelle parole dette con estrema naturalezza ronzano fino a diventare una spia lampeggiante.

Certo che dal sognando California dei Dik Dik al trasferimento a Collegno il salto è notevole. Dall’aria aperta al bordello umano e alla coda inifinita, pure.
Senza nulla togliere alle emozionanti attrattive della prima cintura torinese, è un po’ come sognare ad occhi aperti di mangiare da Mc Donald’s al posto di andare da Maxim’s a Parigi.
Eppure gli occhi brillano all’idea di traslocare nel reparto della mitica Billy.
Forse l’idea del grande open space con tutto a portata di mano a dimensioni reali ha sostituito la casa di Barbie con le stoviglie in miniatura troppo piccole per poterci giocare davvero.
O è l’atmosfera scandinava improntata sull’idea di semplicità e funzionalità che ha scalzato l’opulente american way of life d’oltreoceano invasore delle nostre televisioni a partire dagli anni settanta.
Fatto sta che sognare di andare a vivere all’Ikea, detto con o senza convinzione, è pur sempre un segno dei tempi.
Evidentemente il modello americano non attrae più come in passato (e questo potrebbe essere anche un bene).
L’immagine di una vita all’insegna del successo facile e delle infinite opportunità della Grande Mela o di Beverly Hills non rincoglionisce più le generazioni più ruspanti (e questo sarebbe ancor meglio).
Oggi c’è un estremo bisogno di concretezza a portata di mano, di un mobile o di un letto che facciano bella figura senza aver investito i risparmi di una vita (e che possibilmente siano riciclabili all’occorrenza). In fondo la Billy quando comincia a scricchiolare in casa può benissimo ancora fare la sua porca figura in cantina, piena zeppa di cianfrusaglie che non servono più.
Si potrebbe azzardare quasi che la crisi economica degli ultimi anni cominci a raccogliere ciò che ha seminato: sfiducia, rassegnazione e sogni diventati ante di truciolato da assemblare direttamente a casa propria; ma che tutto sommato un po’ di terapia d’urto con la realtà non possa fare altro che temprare le future classi dirigenti del nostro paese, in questo modo abituate fin da subito al “fai da te”.
C’è solo un piccolo particolare, però, da non sottovalutare.
Un trasferimento in pianta stabile all’Ikea, dopo i primi naturali entusiasmi della novità, il senso d’onnipotenza di poter dormire un giorno sul letto e quello dopo in un frigo, potrebbe trasformarsi in un vero incubo.
Abituato all’idea di comprare, comprare e comprare (e di montare, montare, montare) qualsiasi cosa esposta lungo il percorso obbligato, il cliente più affezionato potrebbe caricarti sul carrello senza sponde. Stenderti in orizzontale per farti passare prima alla cassa rapida. Cercare il tuo codice a barre con la pistola dell’ “arrangiati che così risparmiamo sul personale”, pagare e sistemarti sul tettuccio della sua utilitaria.
E tu, subito dopo esserti abituato all’open space dalle infinite possibilità, ritrovarti avvitato sopra la mitica Billy.
Che a quel punto capiresti non essere l’amico del cuore della porta accanto, ma il carnefice della tuo essere unico e originale.
Perché l’Ikea può tranquillamente sostituire la casa di Barbie (perlomeno la possibilità di una casa reale c’è), ma deve rimanere una soluzione transitoria, non la meta finale.

CP

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