Le perle di giada

Pubblicato: 21 marzo 2015 in Articoli

IMG_1956Anche se in un primo momento potrebbe sembrare l’insegna di un negozio thailandese di bigiotteria, LE PERLE DI GIADA in realtà sono la nuova frontiera della filosofia contemporanea. Le sinergie neuronali che si attivano quando questa giovane fanciulla d’altri tempi affronta la quotidianità scolastica ricordano molto gli scontri subatomici del Large Hadron Collider del CERN. Un’esplosione creativa pari a una tela di Pollock: di difficile lettura ma sicuramente d’impatto. E il campo d’indagine è davvero strabiliante. Si passa con disinvoltura dalla matematica applicata alla geometria dei solidi; dalla geografia economica alla storia militare; dalla medicina omeopatica alla zoologia teorica; dall’ermeneutica alla critica decostruzionista; dalla musica coreutica alla metafisica dei quanti; dall’inglese trecentesco alle lingue morte. Il tutto con una rapidità di pensiero da lasciare senza parole l’umile astante.

Una filosofia – di fatto – costruita sulla funzione comunicativa della parola, su una semantica multiforme da far invidia a Chomsky (e un po’ anche al semiotico Eco). Pietre verbali che lasciano una traccia indelebile nella formazione culturale di chi, per la prima volta, si avvicina allo studio ponendosi domande esistenziali. Tutto d’un fiato, si vengono a svelare verità sconcertanti, in grado di minare certezze anche all’ultimo dei mohicani. Sicurezze costruite su anni di letture, su tradizioni secolari tramandate di padre in figlio, su costumi e usanze di quei popoli che con un solo nome chiamiamo genere umano.

E così si viene a sapere che un’istituzione gloriosa come il Ministero della Difesa americano sta al Poligono, senza neanche un comunicato stampa sull’avvenuto trasferimento. Si rimane profondamente provati dalla “vittoria fucilata”, che tanto ha aizzato i cuori degli italiani portandoli nel baratro della prima guerra mondiale (non bastava sentirsi mutilati, ma proprio di fronte al plotone d’esecuzione). Si prova un misto di pietà cristiana e solidarietà buddista di fronte alla “capra nera”, che, ignara del suo destino, ha sostituito all’ultimo la pecora che tutti conoscono. Si rimane increduli davanti a certi buzzurri che di colpo si trasformano in “burzoni”, segno evidente di una matrice formativa laziale di rara delicatezza. Difficile di fronte a tale miracolo della natura rimanere insensibili, privi di qualsiasi reazione emotiva: un nodo stretto in gola, una leggera tachicardia asimmetrica o un “feto” di sudore cha emana il suo fetore. Difficile di fronte a tale acutezza linguistica non affidarsi alla sorte e tentare di evitare il confronto diretto, sperando che la pallina col tuo nome nascosta nella “bocciofila” non venga estratta mai dalla boccia. Impossibile non rimanere incantati quando, durante le sue conferenze nei paesi anglosassoni, si rivolge al pubblico con fiero piglio cercando di dissuadere dal prendere appunti (perché la disciplina va vissuta, non scritta). Poche, incisive, parole, per individuare i trasgressori della regola: “Who scrivs?” (Who writes sarebbe troppo immediato). Impossibile non rimanere colpiti dalla padronanza linguistica anche di fronte al pubblico ispanico, quando, con la sua proverbiale nonchalance, evita di far notare l’imbarazzo con un discreto (ma efficace) “estoy embarasada”, mettendo in allerta le ostetriche presenti in sala. Unici, però, lo spirito di adattamento da giovane marmotta e la capacità d’orientamento da vero Indiana Jones. Nel cuore della capitale boema, alla ricerca della pietra filosofale, salta i convenevoli da galateo, evita il banale Google Maps, e punta dritta su “Piazza Cenceslao”. Chissà nel sessantotto, se i sovietici in primavera avessero sbagliato indirizzo! Jan Palach sarebbe un simpatico pensionato e forse oggi non ci sarebbero così tanti burzoni in piazza Venceslao!

CP

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