Con la biro rossa in mano

Pubblicato: 25 marzo 2015 in Articoli

Con la biro rossa in manoUna media di 3/4 classi all’anno di 25 studenti, moltiplicato per una media di 6 temi all’anno tra primo e secondo quadrimestre, moltiplicato per 15 anni di servizio, dà un risultato che varia dai 7000 ai 9000 temi corretti dal ’98 ad oggi (senza contare quelli assegnati per casa o quelli delle maturità). Un numero che, guardandosi indietro, fa una certa impressione. È giunto il momento di una riflessione, anche se per la pensione mancano poco meno di 25 anni.
La correzione del tema, per diverse ragioni, è un momento quasi trascendentale, soprattutto quando la pila di fogli protocollo si gonfia vertiginosamente e ti osserva dalla scrivania con fare sospetto. Nella migliore delle ipotesi, non si può fare a meno di 15-20 minuti buoni per ognuno. Scopri così che, considerando un valore medio, hai passato almeno 2000 ore a leggere e correggere, superando di gran lunga le ore richieste da un master di II livello. Eppure sulle pareti di casa non campeggia alcuna pergamena che ricorda la tua specializzazione. Nessun pezzo di carta che glorifica le tue acquisite competenze in comprensione e “traduzione” delle grafie più inimmaginabili. Dopo aver affrontato, suppergiù, 32000 pagine uniche e irripetibili per contenuto e forma, almeno un set di penne (BIC, s’intende) il Ministero potrebbe anche regalarlo. Senza contare poi l’impatto psicologico di fronte alla grammatica “creativa e creazionista”, o di fronte ai concetti che spaziano dal simbolico all’ermetico dimenticandosi qualsiasi presenza di razionalità. Un impatto che rasenta spesso e volentieri il trauma cranico da frontale con un TIR e, in casi più rari, sembra spingere con forza taurina verso la tossicodipendenza. Quasi da far causa allo Stato per istigazione alla crisi di nervi (e per un eventuale rimborso spese di una comunità di recupero).
Detto questo, però, la correzione del tema è anche il termometro più sensibile in grado di cogliere le variazioni più impercettibili dello sviluppo del pensiero umano.
Sul piatto della bilancia l’adolescenza, l’inverno delle farfalle. Se da un lato il numero delle cazzate che si legge è pari alle cifre dopo la virgola del pi greco, dall’altro ci si imbatte sempre in qualcosa di originale e profondo. Sfatiamo subito il mito trio e ritrito dell’età dell’oro: chi pensa che le nuove generazioni abbiano poco da dire, si sbaglia di grosso. Smettiamola con la solita tiritera dei “nostri tempi”. Certo, i tempi cambiano – è innegabile – , ma con una penna (o una tastiera) in mano gli adolescenti sanno (e sapranno) sempre stupire. Che si tratti di argomentare, analizzare o criticare, i segnali di vita ci sono (e sono tanti), forse con una profondità più veloce rispetto al passato, ma in grado di proporre sfumature che sfuggono ad occhi assuefatti ad un sistema di pensiero dato un po’ troppo per scontato.
Il punto semmai è un altro: quanto la differenza generazionale sappia cogliere i segnali di un futuro che forse troppo in fretta si definisce poco roseo.
Certo è che se il metro di giudizio si limita a ciò che si vede, facilmente si può pensare di essere di fronte al vuoto che avanza; ma quello che fa più riflettere è l’opposto: ciò che non si vede ma che emerge da ciò che si scrive, nel momento in cui cioè si mette in gioco qualcosa di intimo, attraverso uno strumento altrettanto personale quale la scrittura. E il silenzio della scrittura è molto più eloquente dell’azione che apparentemente rimane dormiente.
I ragazzi di cose da dire ne hanno eccome, quanto tempo però siamo disponibili a dedicare ad un ascolto autentico?
L’obiettivo più importante diventa riuscire a far passare la correzione come una tappa fondamentale verso la consapevolezza. Verso l’autonomia di pensiero. Verso il bisogno di domande (più che di risposte).
Con la biro rossa in mano il rischio di tarpare le ali all’attività neuronale inevitabilmente c’è, ma è un rischio che si deve correre. La sostanza senza forma perde la sua forza dirompente. Le idee che rimangono ambigue, fumose e strampalate hanno bisogno di essere strutturate sulla base che le regge, devono prendere forza dal modo in cui si esprimono. Anche quando sembrano banali. Anche quando sembrano inesistenti.
Un contenitore solido può essere sempre riempito e dura nel tempo, un contenitore fallato rischia di far perdere all’improvviso il proprio raccolto.
Entra in scena allora il grande dilemma della correzione di un tema: quali pesi e misure adottare di fronte ad un momento così intimo, soprattutto per evitare che la correzione della forma e del contenuto si trasformi in correzione del pensiero individuale.
Insomma, chi o cosa stabilisce la profondità, l’originalità e l’autenticità di un pensiero? Chi o cosa definisce ciò che è banale o ciò che non lo è?
Si ricorre all’esperienza ovviamente, alle 32000 pagine già corrette, ma è sufficiente?
Primo. Checché se ne dica, la valutazione oggettiva non esiste. Lo scritto è composto da così tante variabili che se lo stesso tema venisse corretto da 10 prof diversi, ci sarebbero 10 voti diversi (e il più delle volte con differenze numeriche anche sensibili). Possiamo studiare tutte le griglie di valutazione possibili e immaginabili, tutti gli escamotage per apparire oggettivi, tutti i sistemi per non sembrare invadenti, tutti i criteri per salvare il salvabile, ma non c’è scampo. Rimaniamo noi, con la nostra biro rossa in mano, destinati ad affidarci alla nostra capacità di giudizio, il più possibile comprensivi e sempre disponibili a tarare la bilancia (anche quando, ovviamente, tutto questo non viene compreso subito dagli allievi).
Secondo. Una frase, un passaggio, una variazione improvvisa o qualche parola inaspettata possono determinare reazioni – nel bene e nel male – impensabili fino alla riga precedente (esattamente come quando si legge una storia scritta da nomi importanti). D’altronde è un controsenso insegnare a pensare con la propria testa se poi ci limitiamo a tirare delle righe rosse appena leggiamo qualcosa che “non ci piace”. Predicare bene e razzolare male garantiscono due inevitabili conseguenze: l’immobilismo e l’ignavia.
Terzo. Il tempo richiesto per una correzione, che non è paragonabile a qualsiasi altra forma di verifica (e che non è quantificabile unitariamente anche se una media è già stata indicata), non permette di prendere alla leggera ciò che si sta facendo. Chi scrive un tema a scuola, per quanto cerchi di rimanere invisibile, non riesce mai a nascondere del tutto la propria anima, e questo va rispettato. Dall’altra parte c’è qualcuno che nella vita probabilmente non scriverà mai più per argomentare le proprie idee, ma che dovrà giorno per giorno confrontarsi con gli altri. E un pensiero strutturato, per quanto scomodo e destabilizzante, è l’unico mezzo che avrà per diventare protagonista attivo del proprio quotidiano.
Considerato tutto, dunque, cominciare a leggere un tema con una biro rossa in mano diventa un’impresa quasi titanica, soprattutto se si vuole mantenere una certa lucidità (non solo di giudizio). I dati di valutazione oggettiva apparentemente non mancano (un errore grammaticale è un dato di fatto), ma di fronte a un contenuto emozionante diventa difficile (anche se talvolta necessario) penalizzare l’anima di chi scrive. Non si può ridurre tutto ad un’operazione algebrica, ma neanche chiudere troppo gli occhi di fronte allo scivolone ortografico. Diventare consapevoli della forma dai 14 ai 19 anni non solo significa padroneggiare molto bene il contenuto, ma anche – e soprattutto – diventare coloratissime farfalle.
Un percorso alternativo, però, teso a salvaguardare lo sviluppo autonomo dello studente, la salute mentale del docente e la capacità di imparare a leggersi e correggersi, forse ci sarebbe.
Sarebbe un’eresia pensare a una scuola senza valutazione dall’alto? Una scuola che, magari proprio all’ultimo anno, magari proprio all’esame finale, lasci lo studente libero di darsi un voto da solo? Una scuola che, dopo quattro anni passati a trasmettere valori quali l’onestà, la tolleranza, la lealtà e la correttezza, scommetta su se stessa?
Una scuola che insiste da tempo sul concetto di autovalutazione, sul fatto che i ragazzi crescendo debbano imparare a essere giudici imparziali di se stessi, c’è già, ma di fatto non riesce (o non vuole) uscire dalla gabbia del numero dall’alto. Dall’immagine così ben radicata del prof con la biro rossa in mano, quel coltello dalla parte del manico che talvolta pesa come un macigno sulla propria autostima e sul diventare davvero adulti.
Come si può trasmettere il principio dell’autovalutazione sul serio, se i numeri arrivano solo dalla biro rossa di qualcun altro? Non è un po’ come insegnare ad un bambino a camminare e poi continuare a tenerlo per mano per paura che cada? La tipica paura con cui convivono tanto serenamente i grandi. Quella che tanto piace ai dispensatori di saggezza. Quella che non fa diventare realmente autentici. Il bambino che impara a camminare non vede l’ora di cominciare a correre (e cadere), da solo. Davvero se la biro rossa ogni tanto passasse di mano, tutti ne approfitterebbero per scrivere dieci?
Immobilismo e ignavia, si diceva.
Due mali che ci assediano quotidianamente e che, in uno slancio di follia, potremmo provare ad affrontare senza biro rossa in mano. Senza mollarne mai la presa, rischieremmo di sottolineare tutto, ma proprio tutto, di un’altra anima insospettabile. La nostra.

CP

commenti
  1. Pusar Aurelia ha detto:

    Il problema della comunicazione odierna richiede un’espressione più veloce dei concetti delle aspettative e delle soluzioni. Possibilmente di una o due pagine uni. Questo per le relazioni per i progetti per le accuse nei tribunali. Tenendo conto che si deve leggere la pagina a computer: un file lungo fa perdere la concentrazione. Di conseguenza anche il tema , guardando al futuro dovrebbe adeguarsi alla velocità della nuova comunicazione, alleggerendo i professori nella correzione e nelle ore di lavoro più umane. Tutto ciò è possibile con adeguati corsi di preparazione da parte del Ministero atti ad un grande cambiamento, che consente anche una traduzione in altre lingue immediata e capibile: insomma un progetto europeo. Il lavoro non richiede ricami, ma parole precise, possibilmente concetti brevissimi.
    CANADESI: ho avuto questa esperienza in ufficio ENEL, un ingegnere di Zagabria, dipendente di una società canadese, esperta in tempi di lavoro: cronometro in mano , minuto per minuto la storia lavorativa mia e della mia collega, in contabilità, concesso solo il saluto del mattino e della sera, frettoloso a fine settimana per non perdere l’aereo Milano Zagabria, all’anima del nostro Politecnico. Ci hanno cambiato completamente l’ENEL. Prima che ci cambino dal Canada la Scuola, sarebbe opportuno qualche progetto.

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