La telefonata

Pubblicato: 26 marzo 2015 in Articoli

La telefonataCi sono lavori in cui facendo una telefonata si cambia la vita delle persone che la ricevono.
Non si tratta però di contratti telefonici rivoluzionari o offerte imperdibili di nuove tariffe per luce e gas.
Polizia, Carabinieri, Vigili del Fuoco. Una telefonata – magari nel cuore della notte – e la vita prende un’altra piega.
Lo stesso – quasi da non crederci – vale per il prof.
C’è un momento (in questo caso solo diurno), che sembra costruito da un perfido demiurgo e richiede una disciplina mentale da monaco tibetano: il momento che puntualmente si presenta a giugno, appena terminati gli scrutini di fine anno. Il prof è tenuto a comunicare le eventuali bocciature ai genitori degli studenti interessati, prima che la notizia diventi di pubblico dominio con la pubblicazione dei tabelloni.
Un momento che si rivela, di anno in anno, sempre diverso, impossibile da preparare psicologicamente in modo adeguato.
Un vero e proprio tsunami emotivo da affrontare senza poter fuggire sulla cima di una montagna.
Facciamo i prof, non i giudici. Nessuno ci prepara a pronunciare con distacco da aula di tribunale il verdetto finale.
Eppure ci tocca, come se fosse sufficiente la nostra voce per addolcire qualcosa che ha il sapore di un antibiotico scaduto.
Il principio di base più o meno suona così: una notizia di questo calibro, che destabilizzerebbe anche il più glaciale dei genitori (o degli studenti), deve essere comunicata in forma privata. Non deve essere appresa da terzi, ma soprattutto non deve essere alla mercé di tutti prima che i diretti interessati si preparino, almeno un po’, ad affrontare l’insuccesso di fronte al mondo. In sostanza, si toglie ai curiosi e ai pettegoli l’esclusiva dello scoop quando poi vengono affissi nella bacheca della scuola i risultati finali. Leggere “non ammesso” è dura, molto dura. Meglio allora cominciare a farsene un’idea tra le mura domestiche (come se bastasse l’anteprima per metabolizzare il fallimento ed essere pronti ad affrontare lo sguardo pietoso dei compagni, o dei colleghi).
La telefonata, in realtà, il più delle volte non arriva del tutto inaspettata, non è quello che si potrebbe definire un fulmine a ciel sereno. Chi è candidato alla bocciatura, anche se poi di fatto lo fa, non dovrebbe propriamente cadere dal pero. La scuola allerta per tempo le famiglie, con comunicazioni ufficiali che cominciano ad arrivare in largo anticipo in caso di situazioni a rischio e che vengono meticolosamente verbalizzate e protocollate proprio per evitare una perdita improvvisa della memoria. Nonostante questo, tuttavia, si sa che gli ultimi giorni di scuola sono quelli che più alimentano la conversione religiosa anche nei più scettici, quelli che fanno credere all’improvviso nei miracoli, quelli che rendono ciechi di fronte all’evidenza e che contribuiscono alle più disparate metamorfosi quando squilla il telefono.
La telefonata, a scanso di equivoci, è sempre fatta in presenza di testimoni, rigorosamente dalla segreteria didattica e puntualmente annotata sul registro dei verbali. Uno scenario che dovrebbe dare un senso di sicurezza e permettere di affrontare quei pochi minuti in relativa tranquillità, ma che si rivela inevitabilmente il momento peggiore dell’anno, quello in cui si invidia un impiego (anche precario) alle poste.
Una forzatura obbligata che richiede una buona dose di cinismo e umanità al tempo stesso, contraddistinta da doti oratorie e retoriche da guinness dei primati.
Un momento non per tutti, però. Tocca al coordinatore di classe. Protagonista assoluto nella sua solitudine.
Come è comprensibile e facilmente immaginabile non è propriamente una telefonata di cortesia in cui gli interlocutori partono da posizioni paritarie e chiacchierano del meteo. Da un lato della cornetta c’è qualcuno che sta per cambiare la vita di chi sta dall’altra parte del filo. Un carnefice che sta per marchiare la la sua vittima. In una situazione come questa le parole non bastano mai, non esiste la frase di rito a cui segue il silenzio e un rapido saluto. Da un certo punto di vista, la telefonata notturna del poliziotto di turno forse è meno complicata: nessun coinvolgimento emotivo, dall’altra parte un perfetto sconosciuto, una frase di circostanza, nient’altro che la propria compassione che presto si trasforma in routine professionale. Comporre il numero di un genitore che si conosce, con cui il più delle volte si è già parlato a lungo, padre o madre di uno studente che si conosce ancora meglio e con cui si è condiviso un pezzo di strada insieme, è molto diverso. Per professionali che si possa essere, ogni volta è un terno al lotto: le reazioni umane sono imprevedibili di fronte al dolore. Si può passare dalla cordialità all’insulto in un istante, dalla comprensione all’accusa diffamante in una frazione di secondo. Ci sta, per carità. Trovarsi dall’altra parte non deve essere proprio una passeggiata, ma in quel momento il coordinatore diventa lo zerbino su cui la famiglia delusa si toglie tutti i sassolini dalle scarpe (anche quando non ce ne sono). Un momento il cui l’istinto dell’animale ferito prevale sulla ragione.
Nessuno pretende un grazie, ci mancherebbe. L’annosa questione sull’utilità della bocciatura riapre il dibattito ogni volta che il prof deve andare a telefonare appena terminato lo scrutinio, ma una condivisione di umanità non stonerebbe. Che serva o meno bocciare prima o poi troverà una risposta condivisa, e forse anche risolutoria, ma fino a quel momento non si dovrebbe dimenticare che chi sta dietro la cattedra non prende mai la decisione di fermare a cuor leggero.
Chi sta dietro la cattedra, nonostante un certo immaginario collettivo lo veda come l’orco cattivo privo di scrupoli, non si diverte affatto a scrivere “non ammesso” a fine anno. In fondo, è un fallimento anche per lui.

CP

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