Recupero a parte

Pubblicato: 27 marzo 2015 in Articoli

Uomini di ghiaccioProf, quando fa consulenza? Una domanda pertinente, se fatta all’inizio dell’anno. Una domanda a dir poco opportunista, se fatta a tre mesi dalla fine della scuola, dopo aver battuto la fiacca a sufficienza, senza neanche accorgersi che in bacheca studenti, sul sito della scuola e nei corridoi principali campeggiano date e orari almeno dal mese di ottobre dell’anno solare precedente. Prof, quando c’è il compito di recupero? Una domanda pertinente, se fatta dopo un tempo ragionevole intercorso dalla prova andata male. Una domanda significativa, se fatta il giorno prima della prova prevista. Una domanda, tuttavia, che rappresenta lo stato di salute della scuola italiana, dopo vent’anni di costruzione capillare di quella che si potrebbe definire la cultura del recupero. La scena si ripete sempre uguale. Ancor prima di cominciare un compito (o immediatamente dopo la consegna) lo sport nazionale non è riflettere su ciò che è stato scritto, fare un esame di coscienza e aspettare la valutazione più o meno serenamente, ma avvicinarsi al prof di turno e cominciare ad assillarlo con domande che più o meno ruotano tutte intorno allo stesso concetto: verifica di recupero, interrogazione di recupero, recupero delle lezioni perse per assenze mirate, per assenze turistiche, per assenze ingiustificate. Recupero, recupero, recupero. Manco la scuola fosse un istituto di recupero crediti! Tutte domande legittime, se seguissero il corso naturale degli eventi. Studio (al meglio delle mie possibilità), taglio il traguardo (e me la godo per un po’), oppure cado prima della linea di fondo (del tutto naturale a scuola), cerco di capire ciò che manca (da persona matura), investo altro tempo per ristudiare (mi faccio un discreto culo), faccio di tutto per rialzarmi (meritatamente ottengo un’altra possibilità). Peccato che l’ordine naturale degli eventi segua un corso leggermente diverso. Studio (ma se non ci riesco sarà per la prossima volta) e taglio il traguardo (affidandomi alla dea bendata o a supporti fai da te), oppure rimando fin dall’inizio alla volta successiva, preoccupandomi esclusivamente di avere una data sicura per potermi rialzare (che potrebbe poi moltiplicarsi in caso di ulteriore caduta). Prima ancora di affrontare l’ostacolo, ho la certezza di poterci provare fino all’esaurimento (del prof). È la scuola stessa (in questo caso una sorta di comunità di recupero) che ha già preparato il terreno: un piano annuale per offrirmi tutte le possibilità di recuperare (ancor prima di incominciare a valutarmi). In una situazione del genere si è quasi in una botte di ferro. Consulenze pomeridiane, sportelli, aule a tema, la possibilità di sfruttare qualsiasi prof (anche quelli che vedo solo nelle altre classi). Orari e disponibilità dei docenti, materia per materia, in bella vista ad ogni piano. Non rimane che scegliere in base ai miei impegni. Insomma, non ho ancora iniziato che già so che posso permettermi anche di “perdere” tempo, tanto poi c’è qualcuno pronto a ripetere, seguire, curare e cambiarmi il pannolino. In un sistema del genere viene però difficile puntare il dito sugli studenti. Certo, in teoria ci si augura che prevalga la loro maturità e che i benifit siano considerati tali (e non atti dovuti), di fatto però – adolescenti siamo stati tutti – è inevitabile che ne approfittino fino a rasentare l’insano opportunismo. I veri responsabili di tutto questo siamo noi del mestiere, che non siamo stati capaci di fermarci a metà strada tra un modello di scuola iperselettiva, autoritaria e “antidemocratica” (quella dei noi padri) e un modello di scuola-rifugio-comunità-alloggio (quella dei loro nipoti). In mezzo è passata la storia, la conosciamo bene tutti, ma – come spesso capita di fronte al cambiamento – per modernizzare (o cancellare) il sistema precedente se n’è creato uno che qualche falla ce l’ha. Vade retro il ritorno al passato, ma – per dirla in antico provenzale – la cultura del recupero comincia a farlo a fette. È riuscita a creare rapidamente nelle nuove generazioni (e nelle rispettive famiglie) la convinzione che l’insuccesso possa essere affrontato con estrema leggerezza. La certezza della pena (se mai c’è stata davvero) si è trasformata velocemente in certezza del perdono. Uno specchio fin troppo realistico del nostro Paese, che anche in altri ambiti sarebbe da resettare. La nostra Costituzione parla chiaro. Lo stato deve garantire il diritto allo studio (su questo c’è ancora molto da fare), la Scuola deve garantire pari opportunità a chiunque in tutti i modi possibili (su questo non ci piove), i prof devono adottare tutti i sistemi possibili per creare le condizioni favorevoli all’apprendimento (aggiornarsi, essere creativi, disponibili, pronti al dialogo e a immolarsi alla causa), ma tutto questo non si deve tradurre in una nursery istituzionalizzata, in una casa di riposo per studenti in pensione cerebrale. Un modello di scuola supina sulla cui schiena lo studente può camminare, rotolare, scivolare o cadere fino allo sfinimento, non è educativo, ma malato. Forse è il riflesso di famiglie non più capaci a dire no, che considerano la scuola un surrogato di casa propria. Forse è il riflesso di uno Stato che non ha mai avuto il coraggio di “inventare”, ma si è di continuo limitato a prendere in prestito, imitare o rappezzare senza mai buttare via niente, forte del suo glorioso patrimonio culturale. Forse è il riflesso di una cultura che in qualsiasi ambito, a partire proprio dalle leggi scritte dagli uomini, abitua fin dalla più tenera età a considerare normale il rimandare di continuo il principio dell’assunzione di responsabilità. Una cultura costruita su sacrosanti diritti, che fanno passare in secondo piano (se non addirittura dimenticare) sacrosanti doveri. È proprio qui che c’è una tremenda confusione. L’idea che tutto sia recuperabile, come quella che si debba poter avere sempre una seconda possibilità (così a scuola come nella vita) non è sbagliata. Sbagliata è l’applicazione di un principio etico sano a cui ormai si ricorre ad uso e consumo del singolo o della collettività a seconda degli interessi individuali o politici del momento. Ognuno interpreta e vive a modo suo, perché tutti pensano di essere in grado di sostituirsi al lavoro altrui e di rimandare i propri compiti (studenti compresi). Una sorta di “fai da te” potenziato all’infinito – tra l’altro – dalla rete. Tutti si improvvisano dottori, giudici, avvocati, muratori, idraulici e professori. Tutti si fidano sempre meno della professionalità che si trova di fronte. Basta un click, e la messinscena è servita. Un tempo, quando l’istruzione era per pochi eletti, erano il Papa e l’Imperatore a contendersi come bambini capricciosi il controllo di milioni di persone. Oggi, che l’istruzione fortunatamente ha allargato i suoi orizzonti, quei milioni di persone continuano imperterriti a essere burattini su un palcoscenico traballante e trasandato, fortemente convinti però di essersi affrancati, di essere diventati autonomi, indipendenti e liberi di giocare qualsiasi ruolo. Il sovraccarico d’identità, si sa, facilmente fa perdere la bussola. È già difficile riuscire a fare bene una cosa alla volta: ll padre, la madre, il prof, il politico o il giardiniere. Figuriamoci fare tutto alla perfezione contemporaneamente. Una cosa alla volta sarebbe un buon inizio. Ognuno nel proprio ambito, ognuno con la propria coscienza, ricordandosi che ci sono dei confini. Recuperando quel senso del dovere che si legge come autorizzazione a diventare supplenti di tutto e di tutti, ma che altro non è che la realizzazione di se stessi. Un passo, cominciato migliaia di anni fa, non ancora portato a termine. Un senso del dovere che la Scuola ha il dovere di insegnare. Perché, pur con tutti i suoi difetti, è rimasto l’unico posto in cui chi ci vive non può smettere di crederci. L’unico luogo che, se vuole “recuperare” davvero la sua funzione educativa, deve avere il coraggio di cambiare rotta, di dire no quando tutti dicono sì. Il coraggio di ricominciare a insegnare che la fatica è un valore, che il “perdono” si deve guadagnare, che le cose vanno fatte quando è ora, che una sufficienza raggiunta nei tempi previsti con il sacrificio e il sudore è molto più appagante di una affidata alla beneficenza ministeriale, che la pigrizia mentale, l’eterno pianificato rincorrere e il rimandare a data da destinarsi non solo non fanno bene alla crescita (e alla salute), ma sono anche un insulto alla propria intelligenza.

CP

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